Ogni sera, la nuova moglie di mio fratello trascinava…

«E più a lungo resterai in silenzio, più la gente riempirà quel vuoto con le peggiori fantasie», mi avverte, fissandomi negli occhi come se cercasse di capire se sto per cedere.

Le sue parole mi colpiscono nel profondo, perché so che ha ragione. In un quartiere dove tutti conoscono tutti, un mistero è come una scintilla caduta sull’erba secca: basta un attimo perché divampi un incendio di pettegolezzi.

«Me ne occuperò io», rispondo con tono deciso, chiudendo con forza un’altra molletta sul lenzuolo.

Mia madre interrompe ciò che sta facendo e mi osserva attentamente.

«Ne sei davvero sicura?»

Ingoio tutto ciò che vorrei dirle e mi limito a rispondere:

«Sì.»

Lei annuisce lentamente, ma dal suo sguardo capisco che non crede a una sola parola.

Quella sera Tomás rientra finalmente dal magazzino. I suoi vestiti odorano di olio motore, metallo e fatica. Porta con sé un sacchetto unto pieno di dolci appena comprati. Bacia con affetto la fronte di nostra madre, saluta Esteban con il consueto entusiasmo e rivolge a Lucía un sorriso semplice, spontaneo, quello di un uomo esausto che non dubita neppure per un istante che sua moglie sia al sicuro solo perché vive sotto il tetto della sua famiglia.

Osservarlo mentre mangia uno dei dolci mi provoca un nodo pesante nello stomaco.

Tomás è uno di quegli uomini che scelgono sempre la fiducia prima del sospetto.

Se davvero nella nostra casa si nasconde qualcosa di terribile, sarà proprio lui l’ultimo ad accettarlo.

La cena trascorre immersa in una normalità quasi irreale.

Si parla del lavoro, della spesa, del tempo.

Lucía, invece, rimane quasi completamente in silenzio. Serve tutti gli altri prima di sedersi, muovendosi con discrezione, come un’ombra che attraversa la stanza. Sfiora appena il cibo nel piatto e continua a tenere gli occhi abbassati, come se perfino il vecchio tavolo di legno potesse accusarla di qualcosa.

Quando arriva finalmente l’ora di andare a dormire, sento il battito del cuore rimbombarmi nella gola.

Pochi minuti dopo Lucía compare davanti alla porta della nostra camera, proprio come ogni sera.

Stringe al petto il cuscino e la coperta piegata con cura, quasi fossero uno scudo.

Esteban è ancora nel bagno in fondo al corridoio.

Io rimango seduta sul bordo del letto.

Lucía mi guarda una sola volta.

In quello sguardo c’è una domanda disperata.

Stanotte… è ancora tutto confermato?

Le rispondo con un impercettibile cenno del capo.

Lei entra senza fare rumore, si avvicina al letto e sistema il proprio cuscino esattamente al centro del materasso.

Quando finalmente tutta la casa sprofonda nel silenzio e ogni luce si spegne, il mio corpo è completamente teso.

Ogni muscolo, ogni nervo è in ascolto.

Alle 1:13 precise accade di nuovo.

Click.

Questa volta non mi coglie impreparata.

Sono già sveglia.

Sto aspettando quel momento.

Una sottile lama di luce bianca filtra sotto la porta.

Lentamente, con una lentezza quasi insopportabile, il fascio luminoso comincia a salire.

Lucía non ha bisogno di dire nulla.

Il mio corpo si irrigidisce all’istante.

Esteban è disteso oltre lei, voltato dall’altra parte.

Il suo respiro sembra regolare.

Troppo regolare.

Adesso che ogni mio senso è all’erta, mi accorgo di qualcosa che prima mi era sfuggito.

Manca qualsiasi movimento involontario.

Nessun sospiro.

Nessun cambio di posizione.

Nessun piccolo rumore tipico di chi dorme davvero.

Quel respiro sembra studiato.

Preparato.

Recitato.

La luce si arresta proprio all’altezza della testiera del letto.

Poi arriva quel suono.

Tac.

Un colpetto leggerissimo.

Lucía si solleva appena e sposta intenzionalmente la testa davanti al fascio luminoso, oscurandolo completamente.

Passano due interminabili secondi.

Poi la luce scompare di colpo.

Dal corridoio arriva il cigolio sommesso di una tavola del pavimento.

Subito dopo sento qualcuno allontanarsi.

Passi lenti.

Misurati.

Controllati con estrema attenzione.

Come se chiunque si trovi fuori conoscesse perfettamente ogni centimetro della casa.

Rimango immobile.

Perfino respirare mi sembra troppo rischioso.

Cinque minuti più tardi Lucía si mette lentamente seduta nel buio.

«Adesso», sussurra con la voce incrinata dal tremore.

Guardo oltre la sua spalla verso Esteban.

È ancora perfettamente immobile.

Lucía segue il mio sguardo.

«Non si muoverà per almeno altri dieci minuti», dice con una sicurezza assoluta.

Quelle parole mi gelano il sangue.

Perché non sono un’ipotesi.

Sono una certezza.

Lei conosce perfettamente i suoi tempi.

Conosce le sue abitudini.

Questa scena si è già ripetuta molte volte.

Il mostro non era mai stato soltanto nella sua mente.

Era sempre stato lì.

Sdraiato accanto a me.