E avevo appena assicurato il mezzo per raggiungere il mio obiettivo.
Il segnale che permetteva di slacciare le cinture emise un lieve suono.
Quel piccolo «ding» mi ricordò il campanello che annuncia l’inizio di un nuovo round su un ring.
L’aereo aveva ormai raggiunto la quota di crociera.
Eravamo a oltre trentamila piedi d’altezza.
Sotto di noi restavano le nuvole grigie della costa orientale.
Davanti si apriva un cielo di un azzurro limpido e sconfinato.
Abbassai leggermente lo schienale del sedile.
La tensione accumulata nelle ultime dodici ore aveva irrigidito tutta la parte bassa della schiena molto più del passare degli anni.
Accanto a me, Mia sedeva immobile.
I sedili di prima classe sembravano grandi poltrone.
Larghi.
Morbidi.
Pensati per far dimenticare ai passeggeri di trovarsi sospesi nel cielo dentro un enorme tubo di metallo.
Per lei, però, erano quasi troppo grandi.
Le gambe non arrivavano al pavimento.
Le scarpe nuove oscillavano leggermente seguendo le vibrazioni dell’aereo.
Dopo il decollo non aveva mai lasciato i braccioli.
Le nocche erano completamente bianche per quanto li stringeva.
Una hostess percorse lentamente il corridoio.
Aveva i capelli argentati raccolti con cura.
Il sorriso sincero di chi svolge quel lavoro da molti anni senza perdere la gentilezza.
Davanti a noi spinse il carrello dal quale proveniva il profumo del caffè appena preparato e dei biscotti caldi.
«Buongiorno, signor Slater.»
Controllò rapidamente il tablet.
Poi sorrise a Mia.
«Buongiorno anche a te, piccola.»
«Posso offrirti qualcosa da bere?»
«Abbiamo succo d’arancia, succo di mela, bibite, cioccolata calda…»
Indicò il fondo del carrello.
«E tra pochi minuti arriveranno anche dei biscotti con gocce di cioccolato appena sfornati.»
Istintivamente guardai Mia.
Qualunque bambina della sua età avrebbe reagito con entusiasmo.
Ma lei no.
La vidi irrigidirsi.
Fu un movimento appena percettibile.
Si rannicchiò ancora di più nel sedile.
Come se desiderasse diventare invisibile.
«No, grazie…»
Lo disse quasi senza voce.
La sua risposta venne quasi coperta dal rumore costante dei motori.
La osservai perplesso.
«Tesoro, hai mangiato soltanto un toast molte ore fa.»
«Prendi almeno un succo.»
«E anche un biscotto.»
Lei scosse energicamente la testa.
«Non ho fame, nonno.»
«Sto bene.»
In quello stesso istante il suo stomaco brontolò così forte che entrammo in silenzio.
Un rumore lungo e inequivocabile.
La hostess fece finta di non averlo sentito.
Con estrema delicatezza posò comunque un bicchiere di succo di mela e una ciotolina di frutta secca sul tavolino.
«Li lascio qui.»
Sorrise.
«Nel caso cambiassi idea.»
Poi proseguì lungo il corridoio.
Aspettai che fosse abbastanza lontana.
Mi voltai completamente verso Mia.
Le coprii lentamente la mano con la mia.
Le mie dita erano grandi, rovinate dal lavoro e dagli anni trascorsi nell’esercito.
Le sue erano minuscole.
Fredde.
Umide.
Fragili.
«Mia…»
Parlai con calma.
«Guardami.»
Lei alzò lentamente gli occhi.
«Perché mi hai detto una bugia?»
«So benissimo che hai fame.»
«Perché hai rifiutato?»
Abbassò nuovamente lo sguardo.
Iniziò a giocherellare con un filo che usciva dai jeans.
Si morse il labbro.
Rimase in silenzio per parecchi secondi.
Poi parlò.
«Perché costa dei soldi, nonno.»
La voce era così bassa che dovetti avvicinarmi per sentirla.
Rimasi per un attimo completamente confuso.
«Tesoro…»
Indicai il vassoio.
«Il biglietto l’ho già pagato io.»
«Il cibo è compreso.»
«Non dobbiamo spendere un euro in più.»
Lei scosse ancora la testa.
Gli occhi iniziarono a riempirsi di lacrime.
«No…»
«La mamma dice che niente è davvero gratis.»
Deglutì.
«Dice che quando usciamo devo stare molto attenta perché io costo tantissimo.»
Sentii il cuore stringersi.
Lei continuò.
«Mi ha detto che non possono comprare una barca come quella dei vicini perché hanno dovuto spendere tanti soldi per adottarmi.»
Le parole uscivano lentamente.
Come se le avesse ripetute dentro di sé centinaia di volte.
«Dice che ogni volta che chiedo un succo, un dolce o qualcosa di speciale… sto togliendo soldi alla famiglia.»
Fece una pausa.
Le lacrime ormai scorrevano sul viso.
«Dice che, se continuo così, non riusciremo a pagare la bolletta della luce.»
Abbassò ancora di più lo sguardo.
«E che sarà colpa mia se resteremo al buio.»
Sentii letteralmente mancare il respiro.
Nessun pugno ricevuto durante gli addestramenti militari mi aveva mai colpito con quella forza.
Quello non era soltanto abuso.
Non era soltanto trascuratezza.
Era una guerra psicologica contro una bambina di otto anni.
Monica non aveva cercato soltanto di affamarla.
Aveva distrutto la sua autostima.
Le aveva fatto credere che il benessere economico della famiglia dipendesse da lei.
