Sylvie inciampò una volta.
La afferrai prima che cadesse.
Lei si liberò delicatamente dalla mia presa.
Non per rabbia.
Ma perché in quel momento ogni parte di sé era rivolta verso un unico obiettivo.
I nostri figli.
Quando raggiungemmo il limite della proprietà riuscimmo finalmente a vedere una finestra illuminata.
Era la cameretta.
Dietro le tende si muoveva una figura femminile.
Tra le braccia teneva un neonato.
Sylvie smise persino di respirare.
«Elian…» sussurrò.
Poi comparve un’altra figura.
Un uomo.
Alto.
Capelli scuri.
Spalle larghe.
Per un istante assurdo ebbi la sensazione di osservare una versione diversa di me stesso.
Gabriel.
Mio fratellastro.
Era fermo davanti alla finestra con Mira stretta tra le braccia.
Non la teneva come un rapitore.
La sosteneva con estrema attenzione.
Con una goffaggine tenera.
E con uno stupore che sembrava autentico.
Pochi secondi dopo Vivienne entrò nella stanza.
Gabriel si voltò verso di lei.
Iniziarono a discutere.
Attraverso il rumore della pioggia e il vetro non riuscivamo a distinguere le parole.
Poi Vivienne cercò di prendere Mira.
Gabriel fece un passo indietro.
Il cuore mi esplose nel petto.
Rafael abbassò la voce.
«Qualcosa non va.»
Dentro la stanza Vivienne alzò improvvisamente una mano.
E colpì Gabriel con uno schiaffo.
Lui rimase immobile.
Poi abbassò lo sguardo sulla bambina.
E sul suo volto comparve qualcosa di nuovo.
Non era paura.
Era una decisione.
Un attimo dopo tutte le luci della villa si spensero.
«Dannazione!» gridò Rafael.
La notte esplose.
Da qualche parte all’interno dell’edificio iniziò a ululare una sirena.
Si udirono uomini che urlavano.
Poi il rumore violento di vetri infranti.
All’improvviso la porta principale si spalancò.
Gabriel uscì correndo sotto il diluvio.
Stringeva entrambi i gemelli contro il petto.
Alle sue spalle comparve Vivienne.
Urlava il suo nome.
Non il mio.
«Gabriel!»
Fu Rafael a muoversi per primo.
Poi iniziammo tutti a correre.
Gabriel inciampò poco prima del bosco.
Lo raggiunsi nell’istante in cui stava per cadere.
Sollevò lentamente lo sguardo.
La pioggia gli scorreva sul volto.
Un volto incredibilmente simile a quello di nostro padre.
«Prendili…» ansimò.
Sylvie lanciò un grido spezzato e afferrò immediatamente Mira.
Io presi Elian.
Mio figlio era caldo.
Vivo.
E decisamente arrabbiato.
Il piccolo verso che emise contro il mio petto fu sufficiente a farmi quasi cedere sulle ginocchia.
Gabriel mi guardò.
«Mi dispiace…» disse con enorme fatica.
Inspirò dolorosamente.
«Non sapevo che sarebbe arrivata a rapirli. Credevo davvero che volesse proteggerli da te.»
Poi le sue gambe cedettero.
Sul davanti della camicia iniziò ad allargarsi una macchia scura.
Sangue.
Sylvie urlò.
Ci voltammo tutti.
Sulla soglia della villa c’era Vivienne.
Il volto completamente bianco.
Gli occhi deformati dalla rabbia.
Nella mano teneva ancora una pistola.
Aveva sparato al figlio che aveva nascosto al mondo.
Pur di non perdere i bambini che aveva appena rapito.
E nonostante tutto continuava a gridare attraverso la pioggia.
«Damon! Riportameli!»
PARTE 11 — IL FIGLIO CHE AVEVA CANCELLATO
Rafael sparò.
Un solo colpo.
Non contro Vivienne.
Mirò alla pietra accanto alla sua testa.
Il proiettile frantumò il muro con un boato che squarciò la notte.
Vivienne rimase immobile.
Forse per la prima volta nella sua vita qualcuno aveva risposto a un suo ordine con qualcosa che non poteva controllare.
«Lasci cadere l’arma!» urlò Rafael.
Lei non si mosse.
Continuava a fissare soltanto me.
Non importava la pioggia.
Non importavano le sirene della polizia che ormai si avvicinavano.
Non importava Gabriel che stava morendo nel fango.
Vivienne era ancora convinta che il mondo avrebbe trovato il modo di piegarsi alla sua volontà.
«Damon…» disse con calma innaturale. «Stai commettendo un errore.»
Stringevo Elian sotto il cappotto.
Sylvie teneva Mira stretta al petto, cullandola mentre piangeva senza riuscire a fermarsi.
Alle nostre spalle Gabriel cercava disperatamente di respirare.
Guardai mia madre.
Scossi lentamente la testa.
«No.»
Inspirai profondamente.
«L’errore l’ho commesso molti anni fa.»
La fissai negli occhi.
«Quando ho creduto che fossi tutto ciò che mi era rimasto.»
Per un brevissimo istante qualcosa attraversò il suo sguardo.
Non dolore.
Non rimorso.
Solo indignazione.
«Figlio ingrato.»
Dal terreno arrivò una debole risata.
Era Gabriel.
La risata si trasformò immediatamente in un colpo di tosse.
«Benvenuto nel club…» sussurrò con fatica.
Il volto di Vivienne si deformò.
«Tu non eri niente prima che io decidessi di darti uno scopo.»
Gabriel sollevò lentamente gli occhi verso di me.
