Fu data in sposa, a seguito di una scommessa da cinquanta dollari, a un contadino sordo che tutti chiamavano “mostro”. Ma la notte in cui Clara gli infilò delle pinzette nell’orecchio, scoprì che Elias non era nato sordo… qualcuno lo aveva condannato a quella condizione. Nella città di Jericho, la derisero davanti all’altare. La chiamarono “la ragazza grassa” fino al giorno del suo matrimonio. E nessuno immaginava che quella giovane donna umiliata sarebbe stata l’unica in grado di strappargli dalla mente un segreto che covava da vent’anni.

«Non morire adesso,» sussurrò Clara con la voce spezzata. «Non puoi lasciarmi proprio ora.»

Elias la guardò.

Nei suoi occhi c’era qualcosa che somigliava terribilmente a una richiesta di perdono.

Clara sentì la rabbia esploderle dentro.

«Non osare chiedermi scusa. Non sei stato tu a ridurmi così. Hanno venduto anche te, capisci? Anche se non puoi sentirmi, io continuerò a ripetertelo.»

In quel momento, tra gli alberi comparve una luce tremolante.

Clara sollevò immediatamente il fucile.

Una voce femminile parlò dall’oscurità.

Prima in una lingua indigena.

Poi in inglese.

«Abbassa quell’arma. State lasciando una scia di sangue che si vede da lontano.»

Dalla neve emerse una donna anziana.

Era minuta, con lunghi capelli grigi raccolti in trecce e una larga gonna color vino che sfiorava il terreno.

Portava una borsa intrecciata a mano e camminava con semplici sandali artigianali, come se il freddo e la neve non esistessero.

Elias la riconobbe subito.

Con enorme sforzo riuscì appena a scrivere una parola.

«Josephine.»

La donna si inginocchiò accanto a lui, sollevò delicatamente la fasciatura e lasciò sfuggire un’imprecazione sottovoce.

«Ancora una volta la crudeltà degli uomini della valle.»

Clara non ebbe bisogno di domandarle come facesse a saperlo.

Josephine posò gli occhi sul catino che Clara portava avvolto in un panno, dove si trovavano la creatura ormai morta e il frammento di rame.

«Quella cosa non è nata dentro di lui,» disse con assoluta certezza. «Qualcuno gliel’ha infilata nel corpo.»

Clara deglutì con fatica.

«Puoi salvarlo?»

Josephine rimase in silenzio per qualche istante.

«Posso condurlo in un luogo dove sarà difficile trovarvi. Quanto al salvarlo… quello dipenderà da Dio e dalla sua ostinazione nel voler continuare a vivere.»

Seguendo Josephine percorsero un sentiero che Clara, da sola, non avrebbe mai notato.

Passarono tra enormi massi, scesero lungo il letto ghiacciato di un torrente e raggiunsero un gruppo di grotte protette dal vento.

All’interno ardeva un fuoco.

Due bambine dormivano sotto pesanti coperte di lana.

Un uomo, seduto vicino alle fiamme, macinava mais tostato su una grossa pietra.

L’aria era piena del profumo caldo e leggermente dolce della farina appena preparata.

Era l’odore di una casa povera.

Ma ancora piena di vita.

Josephine fece adagiare Elias su alcune pelli di animale.

Gli pulì la ferita vicino all’orecchio con acqua bollita, alcol ed erbe dal sapore amarissimo.

Per tutta la notte Clara gli sostenne la testa tra le mani.

Ogni volta che lui si agitava per il dolore, lei si chinava verso l’orecchio rimasto sano e continuava a parlargli, anche se era convinta che non potesse servirgli a nulla.

Gli raccontò sciocchezze.

Confessò che da bambina rubava spesso lo zucchero di canna.

Che aveva sempre detestato il proprio nome, perché quasi tutti lo pronunciavano con sarcasmo.

Che durante il matrimonio aveva avuto voglia di sputare in faccia a metà degli invitati.

E che non riusciva a spiegarsi perché desiderasse con tanta forza che lui sopravvivesse.

Ma era proprio così.

Poco prima dell’alba Elias aprì lentamente gli occhi.

Le sue labbra si mossero appena.

«Cla… ra.»

Clara rimase immobile.

Il tempo sembrò fermarsi.

Perfino Josephine, che fino a un istante prima stava alimentando il fuoco, interruppe ogni movimento e si voltò lentamente verso di loro.

Elias sbatté più volte le palpebre, sorpreso dal suono della propria voce. Era roca, spezzata, fragile, come il cigolio di una porta rimasta chiusa per vent’anni e finalmente costretta ad aprirsi.

Clara ebbe la sensazione che il mondo intero avesse smesso di girare.

«Mi senti?» domandò con un filo di voce.

Elias corrugò la fronte.

Lei si chinò ancora di più verso di lui e ripeté lentamente:

«Riesci davvero a sentirmi?»

Le lacrime gli riempirono gli occhi.

Scivolarono sul viso in silenzio.

Poi annuì.

Clara si portò entrambe le mani alla bocca, incapace di trattenere l’emozione.

Non era un miracolo perfetto.

Non era uno di quelli dipinti nelle chiese, con angeli paffuti e nuvole dorate.

Era un miracolo sporco di sangue, nato dal coraggio, da un paio di pinzette, dalla paura e dalla determinazione di una donna che tutti avevano sempre evitato perfino di guardare negli occhi.

Ma apparteneva soltanto a loro.

Josephine, invece, non sorrise.

«Se adesso può sentire,» disse con tono grave, «allora potrà anche ricordare.»

Elias chiuse lentamente gli occhi.

Quando li riaprì, il contadino silenzioso che Clara aveva sposato sembrava ormai scomparso.

Al suo posto c’era il bambino rimasto sepolto sotto vent’anni di bugie.

Iniziňò a parlare con estrema lentezza, come se ogni parola gli graffiasse la gola.

«Mia madre… non è mai scappata.»

Clara si avvicinò ancora.

«Che cosa è successo davvero?»

Elias strinse i documenti contro il petto.