Ogni passo diceva semplicemente:
«Sono ancora qui.»
Entrammo.
La casa era esattamente com’era sempre stata.
I divani.
Le fotografie.
Il ritratto di Nicholas da bambino appoggiato sul pianoforte.
Rosario si fermò davanti a quella fotografia.
Lì aveva sei anni.
Sorrideva mostrando i denti mancanti.
Al collo portava una medaglia vinta a una partita di calcio.
Lei allungò lentamente la mano e sfiorò la cornice.
«Ho sbagliato qualcosa,» sussurrò.
Quelle parole mi trafissero il cuore.
«No, Chayo.»
Lei abbassò gli occhi.
«Sì. Ho sbagliato. Perché mio figlio è arrivato a vedere sua madre come un ostacolo.»
Mi avvicinai.
«Rosario… esistono figli che trasformano l’amore ricevuto nel permesso di distruggere chi li ama. E questa non è colpa di chi ha saputo amare.»
Lei mi guardò in silenzio.
«E se lo avessimo viziato troppo?»
Ripensai a tutte le volte in cui avevamo detto:
«Lascia perdere.»
«Poverino, è solo stanco.»
Alle occasioni in cui rompeva qualcosa e noi correvamo subito a sostituirla.
Alle porte che gli avevamo aperto prima ancora che imparasse a bussare.
Non volevo mentirle.
«Forse sì,» ammisi. «Forse qualche errore lo abbiamo commesso. Ma viziare un figlio non significa insegnargli a essere crudele. Quella scelta l’ha fatta lui.»
Rosario si sedette lentamente sul divano.
Io presi posto di fronte a lei.
Ramiro rimase in piedi, rispettando il silenzio che era calato nella stanza.
Posai la busta sul tavolino del soggiorno.
Per un lungo minuto nessuno ebbe il coraggio di toccarla.
Poi Rosario inspirò profondamente.
Mi guardò negli occhi.
«Aprila, Bill.»
Le mie dita tremavano mentre rompevo il sigillo della busta.
All’interno trovai tre fogli.
Una lettera.
Una vecchia ricevuta.
E una fotografia.
Fu proprio la fotografia a scivolare fuori per prima.
Ritraeva mio padre da giovane, con il cappello stretto tra le mani.
Accanto a lui c’era mia madre.
Dietro di loro riconobbi immediatamente una donna, soprattutto dai suoi occhi.
Era Aurelia.
La madre di Rosario.
Nello scatto mio padre teneva una cartellina sotto il braccio, mentre Aurelia vi aveva appoggiato una mano, come chi sta consegnando qualcosa di prezioso e irreversibile.
Rosario si avvicinò.
«È mia madre…»
La voce le si spezzò.
Presi la lettera.
Bastarono le prime righe, vergate con la calligrafia di mio padre, per farmi mancare il respiro.
«Guillermo, se stai leggendo queste parole significa che non ho trovato il coraggio di raccontarti la verità quando ero ancora in vita.»
Mi fermai.
Rosario mi prese la mano.
Inspirai profondamente e ripresi a leggere.
Mio padre raccontava che, quando avevo ventidue anni e sognavo di acquistare il mio primo terreno, lui non possedeva praticamente nulla.
Il vecchio camion non bastava.
Gli attrezzi erano stati dati in pegno.
La banca era ormai pronta a portarci via la casa.
Fu allora che comparve Aurelia.
Aveva qualche risparmio.
Per una persona ricca sarebbe stata una cifra modesta.
Per lei rappresentava l’intera esistenza.
Erano soldi messi da parte cucendo abiti, facendo piccoli lavori, vendendo ciò che poteva e risparmiando moneta dopo moneta dentro vecchie scatole di biscotti.
Consegnò tutto quel denaro a mio padre imponendo una sola condizione.
Che quei soldi servissero a me e a Rosario.
Non a lui.
Non a Esteban.
Non alla famiglia Aranda.
Dovevano permettermi di costruire un’impresa e garantire che Rosario non conoscesse mai la fame.
Mio padre accettò.
Acquistò il terreno intestandolo a sé, sostenendo che sarebbe stato più semplice.
Poi lo trasferì a me raccontandomi che era il frutto dei suoi sacrifici.
Non pronunciò mai il nome di Aurelia.
Non disse mai che Rosario era coinvolta.
Non confessò mai che la prima pietra della mia azienda era stata pagata dalle mani rovinate di mia suocera.
Sentii qualcosa cedere dentro il petto.
La Aranda Costruzioni.
Il mio orgoglio.
La mia storia.
I discorsi che pronunciavo ogni anno durante gli anniversari dell’azienda.
Tutto aveva avuto origine grazie a una donna che ricordavo mentre mi serviva il caffè in tazze scheggiate.
Una donna che non aveva mai chiesto una targa.
Una fotografia.
Un ufficio con il proprio nome.
Rosario ormai piangeva senza più cercare di trattenersi.
«Mamma non me l’ha mai raccontato…»
Continuai a leggere.
Mio padre scriveva di essersi pentito.
Aveva desiderato rimediare.
Ma il senso di colpa, con il tempo, era diventato un’abitudine troppo pesante da spezzare.
Un giorno Esteban aveva trovato quella ricevuta.
Da quel momento aveva preteso una parte dell’azienda, sostenendo che, essendo quel denaro entrato nella famiglia, spettasse anche a lui una quota.
Mio padre aveva rifiutato.
Fu allora che nacque il suo rancore.
Non perché gli fosse stato sottratto qualcosa.
