PARTE 2
Il dottor Robert Wright aveva assistito alla nascita di centinaia di bambini in quella stessa sala parto.
Aveva visto padri svenire per l’emozione, madri imprecare tra le contrazioni, nonni asciugarsi le lacrime con fazzoletti stropicciati e infermiere ridere nonostante la stanchezza accumulata dopo turni interminabili. Per tutta la sua carriera aveva accolto la vita tra le proprie mani così tante volte che quasi tutti erano convinti che nulla potesse più sorprenderlo o scuoterlo davvero.
Eppure, nell’istante in cui abbassò lo sguardo sul figlio appena nato di Joanna, qualcosa dentro di lui si spezzò.
Il piccolo aveva il viso arrossato dal pianto, i pugnetti stretti come se stesse già combattendo contro il freddo e l’incertezza del mondo che lo aveva appena accolto. Vicino alla clavicola sinistra si distingueva una lieve voglia dalla forma insolita, simile a una sottile falce di luna. I capelli scuri, ancora umidi, si arricciavano delicatamente sulla fronte.
Robert fissò quel segno con tale intensità da sembrare ferito nel profondo.
Fu l’infermiera ad accorgersene per prima.
«Dottor Wright?» domandò con cautela. «Si sente bene?»
Nessuna risposta.
Joanna, esausta e tremante sul letto, sollevò leggermente il capo. Il cuore, che solo pochi minuti prima aveva iniziato a ritrovare un ritmo normale, tornò a battere all’impazzata.
«Che succede?» sussurrò. «C’è qualcosa che non va nel mio bambino?»
Robert sbatté le palpebre più volte, come se stesse cercando di tornare alla realtà. Aprì la bocca per parlare, ma nessuna parola uscì. Il neonato riprese a piangere, con un lamento piccolo ma deciso, e il medico ebbe un leggero sussulto.
«Dottore…» insistette Joanna, mentre il panico cresceva dentro di lei. «Mi dica cosa sta succedendo.»
L’infermiera si avvicinò al bambino e controllò rapidamente le sue condizioni.
«Respira perfettamente. Il colorito è buono. Il battito cardiaco è forte e regolare.»
Ma Robert non stava osservando i monitor.
Non guardava i parametri.
Guardava soltanto il volto del bambino.
Alla fine parlò, con una voce così bassa da sembrare un soffio.
«Come ha detto che si chiama suo padre?»
Joanna si irrigidì.
Nella stanza calò un silenzio quasi insopportabile.
Sul modulo di ricovero non aveva scritto il nome di Logan. Alla voce dedicata al padre aveva lasciato uno spazio vuoto. All’accettazione le avevano chiesto se fosse sposata, e lei aveva preferito mentire. Era stato più semplice inventare una risposta che spiegare un abbandono mentre le contrazioni la piegavano dal dolore.
Adesso, però, quella domanda del medico sembrava troppo precisa.
Troppo personale.
«Perché me lo chiede?» domandò con diffidenza.
Robert alzò lo sguardo verso di lei. Questa volta la osservò davvero, e Joanna colse nei suoi occhi qualcosa che la turbò persino più delle lacrime che aveva visto poco prima.
Riconoscimento.
Non nei suoi confronti.
Ma verso qualcosa che aveva a che fare con lei.
«La prego…» disse lui. «Mi dica il nome del padre.»
Joanna deglutì lentamente.
«Logan. Logan Wright.»
L’infermiera lanciò uno sguardo rapido verso il medico.
Robert fece un passo indietro come se fosse stato colpito da una forza invisibile.
Per un attimo terribile, Joanna credette che stesse per crollare a terra. Il suo volto si irrigidì, le spalle si incurvarono e una mano si aggrappò al bordo del carrello metallico accanto a lui.
«No…» mormorò.
La paura di Joanna si trasformò in un gelo improvviso.
«Lei lo conosce», affermò.
Robert chiuse gli occhi.
Il pianto del bambino si attenuò, trasformandosi in piccoli singhiozzi. L’infermiera lo adagiò delicatamente tra le braccia della madre, forse sperando che il calore di quel contatto potesse riportare un po’ di equilibrio nella stanza. Joanna lo strinse immediatamente al petto con un gesto istintivo e protettivo, senza però distogliere lo sguardo dal medico.
«Lei conosce Logan», ripeté.
Quando Robert riaprì gli occhi, erano lucidi.
«È mio figlio.»
Quelle parole caddero nella stanza con un peso devastante.
Joanna smise quasi di respirare.
Per alcuni secondi ogni cosa perse significato.
La sala parto sembrò dissolversi intorno a lei: il suono ritmico dei monitor, l’odore sterile dell’ospedale, l’infermiera che sistemava le coperte, il dolore ancora vivo nel suo corpo, il bambino stretto contro il petto.
Esisteva soltanto quella frase.
È mio figlio.
Joanna abbassò gli occhi sul neonato, poi tornò a guardare il medico.
«No», disse infine, perché la negazione era l’unica difesa che la sua mente riuscisse ancora a sostenere. «Logan mi ha sempre detto che suo padre era morto.»
L’espressione di Robert si contrasse per il dolore.
«Logan racconta molte cose alle persone.»
Le dita di Joanna si serrarono sulla coperta.
