«Mi hai preso la mano», dico con un sussurro tagliente. «E hai spostato deliberatamente la testa davanti a quella luce. L’hai fatto apposta.»
Lucía posa lentamente il cucchiaio sul piano della cucina. Quando finalmente si volta verso di me, nei suoi occhi scuri leggo la stanchezza profonda di chi sembra aver già combattuto una battaglia prima ancora che il giorno abbia avuto inizio.
«Ti prego…» sussurra, lanciando un rapido sguardo verso il soffitto. «Non qui.»
Quelle due semplici parole mi irritano persino più del suo precedente tentativo di negare tutto.
Non qui.
In questa casa enorme, abitata da più generazioni sotto lo stesso tetto, nessuno affronta mai i problemi nel luogo in cui nascono davvero. Ogni paura viene nascosta dietro le faccende domestiche, il silenzio ostinato e le comode spiegazioni sulle antiche usanze del paese. Da oltre due settimane sopporto questa situazione assurda: i pettegolezzi velenosi dei vicini, la tensione continua nel mio stesso letto matrimoniale e l’umiliazione crescente di sapere che tutti immaginano scenari inquietanti sulla nostra famiglia.
«Allora dove?» domando con fermezza, avanzando fino al centro della cucina.
Lucía lancia appena un’occhiata verso la stretta scala che conduce al piano superiore.
Dal secondo piano arriva il rumore pesante dei passi di mia madre, già sveglia nella sua stanza. Più in alto, al terzo piano, Esteban continua ancora a dormire. Mio fratello minore, Tomás, marito di Lucía, è uscito molto prima dell’alba per raggiungere il magazzino di ricambi automobilistici dove lavora ogni giorno in turni massacranti.
La casa si anima lentamente con i suoi rituali quotidiani, e proprio in quell’istante provo un’improvvisa rabbia verso quella normalità che sembra voler soffocare ogni possibilità di conoscere la verità.
«Stanotte…» mormora Lucía quasi senza voce, coperta appena dal rumore del porridge che sobbolle nella pentola. «Sul tetto. Quando tutti staranno dormendo.»
So che dovrei pretendere una risposta immediata. Dovrei costringerla a parlare ora, alla luce del sole. Eppure qualcosa nel suo volto mi impedisce perfino di insistere. È paura. Una paura così intensa da essersi trasformata nell’apparenza fragile della gentilezza.
Annuisco appena.
«Stanotte.»
Per il resto della giornata la casa mi sembra il palcoscenico di una rappresentazione mal riuscita.
Mia madre si lamenta continuamente dei dolori alle articolazioni. Dieci minuti dopo compare Esteban, ancora assonnato, mentre si gratta distrattamente il petto scoperto. Mi lascia un bacio veloce sulla guancia e borbotta che ha trascorso una pessima notte.
Una menzogna.
L’ho ascoltato respirare profondamente fino all’alba. Ha dormito come un sasso.
Poi però si gira verso Lucía, ancora davanti ai fornelli.
Per un solo istante il suo volto cambia.
Non è desiderio.
Non è fastidio.
È qualcosa di molto più inquietante.
Riconoscimento.
L’espressione dura appena una frazione di secondo, poi scompare dietro un sorriso perfettamente naturale.
«Buongiorno», dice con tono allegro.
Lucía evita accuratamente di incrociare il suo sguardo.
Quello scambio silenzioso mi attraversa come un soffio gelido lungo la schiena.
Fino a quel momento avevo considerato le visite notturne di Lucía soltanto un problema di confini, di imbarazzo familiare e di strane abitudini.
Adesso, invece, sotto i miei piedi sembra aprirsi un abisso.
E se Lucía non si infilasse nel nostro letto perché teme il buio della casa?
E se la persona da cui cerca disperatamente di proteggersi non fosse il frutto della sua immaginazione?
E se quella persona dormisse ogni notte accanto a me?
Il pensiero è tanto orribile che il mio cervello tenta immediatamente di respingerlo.
Non Esteban.
Non mio marito.
Non l’uomo che massaggia con pazienza la pomata dall’odore pungente sulle spalle doloranti di mia madre.
Non quello che piega con precisione quasi maniacale i sacchetti della spesa fino a trasformarli in piccoli triangoli perfetti sotto il lavello della cucina.
Esteban non è un uomo crudele.
Non può essere uno di quegli uomini il cui lato oscuro si percepisce a distanza.
Eppure…
Quello sguardo di poche ore prima continua a tormentarmi.
Il modo in cui Lucía ha evitato i suoi occhi.
La torcia puntata verso la nostra porta nel cuore della notte.
Nel tardo pomeriggio mi ritrovo sul tetto piano della casa, intenta a stendere pesanti lenzuola ancora umide lungo il filo.
Poco dopo mi raggiunge mia madre con un vecchio secchio di plastica pieno di mollette.
«I vicini ricominciano a parlare», dice con evidente disapprovazione.
«La signora Delgado sostiene che sua figlia abbia visto Lucía entrare nella vostra camera dopo mezzanotte con il suo cuscino in mano. Dice che è successo almeno due volte. L’ha vista chiaramente dalla finestra.»
Mi sforzo di mantenere il viso completamente impassibile.
«E allora?»
