Una voce maschile ruppe il silenzio.
«Chi ha lasciato aperta questa porta?»
Il rumore di pesanti scarponi risuonò sul pavimento sopraelevato.
Il sangue mi si gelò.
Mi lasciai cadere sotto la scrivania della console principale, stringendo le ginocchia contro il petto.
Il metallo ghiacciato mi premeva contro la schiena.
Sul monitor la barra continuava lentamente ad avanzare.
86%…
94%…
Ogni secondo sembrava durare un’eternità.
I passi si fermarono.
Proprio davanti alla scrivania.
Attraverso la piccola fessura vidi soltanto la punta degli scarponi della guardia.
Il mio cuore batteva così forte che ero convinta potesse sentirlo sopra il ronzio continuo dei server.
Ping.
Un lieve segnale acustico illuminò il monitor.
Trasferimento completato.
Gli scarponi si mossero leggermente.
Poi una mano pesante si abbatté con forza sul piano della scrivania.
Esattamente sopra la mia testa.
Mi coprii immediatamente la bocca con entrambe le mani, soffocando il grido che stava per sfuggirmi.
Rimasi immobile.
Non osavo nemmeno respirare.
La guardia sbuffò infastidita.
«Questi maledetti server continuano a surriscaldarsi…»
La sentii avvicinarsi alla console.
Le sue dita iniziarono a premere alcuni tasti sulla tastiera proprio sopra la mia testa.
Ogni singolo clic mi faceva gelare il sangue.
Per un istante fui convinta che avrebbe aperto la finestra contenente il trasferimento appena concluso.
Invece il programma rimase nascosto dietro la schermata diagnostica che avevo lasciato aperta.
L’uomo non si accorse di nulla.
Continuò a controllare rapidamente alcuni parametri.
Poi sbuffò di nuovo.
«Dovrò avvisare la manutenzione di dare un’occhiata al sistema di raffreddamento.»
Sentii i suoi passi allontanarsi.
Qualche secondo dopo la pesante porta della sala server si richiuse con un secco clic metallico.
Rimasi immobile ancora per alcuni interminabili istanti.
Solo quando fui assolutamente certa di essere rimasta sola lasciai uscire lentamente l’aria dai polmoni.
Era come se avessi trattenuto il respiro per un’eternità.
Con un movimento rapido afferrai la chiavetta USB.
La sfilai dal computer.
Mi rialzai.
Uscii dalla sala server in punta di piedi, silenziosa come un’ombra.
Ogni passo mi allontanava dalla trappola nella quale Alexander aveva cercato di rinchiudermi.
Controllai l’orologio.
Le 15:50.
Mancavano appena dieci minuti all’inizio della riunione decisiva.
Questa volta non mi diressi verso la scala di servizio.
Non avevo più alcuna intenzione di nascondermi.
Entrai direttamente nell’ascensore riservato ai dirigenti.
Premetti il pulsante dell’ultimo piano.
Mentre le porte si chiudevano osservai il mio riflesso nell’acciaio lucido.
Pochi minuti prima ero una donna terrorizzata.
Adesso ero qualcuno che aveva finalmente trovato le prove.
Non stavo più cercando di sopravvivere.
Stavo andando a combattere.
L’ascensore si fermò.
Le porte si aprirono con un lieve segnale acustico.
Davanti a me si estendeva il corridoio che conduceva alla sala riunioni del consiglio esecutivo.
Le grandi pareti di vetro erano opacizzate, impedendo di vedere chiaramente l’interno.
Ma le voci arrivavano comunque.
Conversazioni tranquille.
Commenti professionali.
Il rumore di una presentazione ormai quasi conclusa.
Mi avvicinai senza rallentare.
Ogni passo aumentava la mia determinazione.
Arrivata davanti alle grandi porte a doppio battente, non esitai nemmeno per un secondo.
Le spalancai con tutta la forza che avevo.
Le ante si schiantarono violentemente contro le pareti.
Il boato riecheggiò nella sala.
Ogni conversazione si interruppe all’istante.
Il silenzio cadde improvvisamente su tutti i presenti.
Alexander era in piedi accanto allo schermo principale.
Impugnava un puntatore laser mentre illustrava con sicurezza un grafico elegante ricco di dati e proiezioni finanziarie.
Penelope, seduta alla sua destra, si voltò verso di me con il volto completamente sconvolto.
All’estremità opposta del lungo tavolo sedeva Daniel Pierce.
Appoggiato comodamente allo schienale della sua poltrona in pelle.
Le dita intrecciate davanti al viso.
Lo sguardo calmo.
Freddo.
Attento.
Sembrava che, a differenza di tutti gli altri presenti, stesse aspettando proprio quel momento.
«Sicurezza!» gridò Penelope, balzando in piedi così bruscamente da far arretrare la sedia. «Victoria, sei stata sospesa! Come hai fatto a entrare qui?»
Alexander impallidì all’istante.
L’uomo elegante e sicuro di sé sparì nel giro di un secondo, lasciando spazio a un volto irrigidito dal panico.
«Signor Pierce,» disse cercando disperatamente di mantenere il controllo, «mi scuso per questa scenata. È proprio dell’ex dipendente instabile di cui le avevo parlato. Ha perso completamente il controllo.»
Non risposi.
Non guardai né Penelope né Alexander.
