I cavalli si imbizzarrirono.
Bart perse l’equilibrio e cadde all’indietro nella neve, urlando come se fosse già stato colpito a morte.
Julian si voltò e fuggì senza nemmeno guardarsi indietro.
Mason lasciò sfuggire una bestemmia.
Clara richiuse la porta con tutta la forza che aveva e fece scivolare la pesante trave di legno nella sua sede, sbarrandola.
Elias la osservava incredulo.
Anche lei faticava a credere a ciò che era appena accaduto.
Le gambe le tremavano.
Le mani non smettevano di vibrare.
Persino la voce sembrava volerla abbandonare.
Eppure era ancora in piedi.
«Ce ne andiamo,» disse, pur sapendo che Elias non poteva sentirla.
Afferrò il taccuino e scrisse in fretta:
«In città. Subito.»
Elias scosse lentamente il capo.
Prese la matita e scrisse poche parole.
«Ci uccideranno prima di arrivarci.»
Clara abbassò gli occhi sul frammento di rame.
Poi osservò la creatura nera immersa nell’acqua, ancora viva, ancora agitata in movimenti inquietanti.
«Allora non useremo la strada.»
Elias rimase a fissarla a lungo, cercando di capire cosa avesse in mente.
Infine sollevò un dito e indicò la natura selvaggia oltre la finestra, dove la neve ricopriva le montagne incontaminate.
Clara comprese immediatamente.
I vecchi sentieri degli indigeni.
Percorsi dimenticati da quasi tutti.
Tracce nascoste che soltanto pochi conoscevano ancora.
A Jericho tutti parlavano di quei sentieri come se fossero opera della stregoneria. Erano viottoli stretti e quasi invisibili, dove chi li conosceva avanzava leggero come un cervo, trasportando sacchi di mais e attraversando creste rocciose tanto ripide da far pregare qualunque uomo comune. Erano antiche vie nate molto prima dei carri e delle pretese dei ricchi, percorsi che non obbedivano a nessun padrone.
Con enorme fatica Elias riuscì a rialzarsi.
Clara gli fasciò di nuovo la testa con un panno pulito, stringendolo con cura, poi nascose il frammento di rame nel corpetto del vestito. Raccolse qualche biscotto secco, dei fagioli, una manciata di farina di mais essiccata che Elias conservava in un sacco di tela e una pesante coperta di lana.
Prima di andarsene, Elias si inginocchiò accanto al letto e sollevò una tavola del pavimento che sembrava appena allentata.
Da quel nascondiglio estrasse una piccola scatola di legno.
All’interno c’erano alcuni documenti ormai ingialliti dal tempo, una vecchia fotografia e un sottile nastro azzurro.
Clara osservò l’immagine.
Ritraeva un ragazzino dai capelli neri stretto nell’abbraccio di una giovane donna.
La donna aveva gli stessi occhi profondi di Elias.
Sul retro della fotografia era stata scritta una dedica.
«Per mio figlio, il legittimo proprietario di Pine Springs.»
Quelle parole colpirono Clara come un pugno nello stomaco.
Pine Springs non era un semplice appezzamento di terra.
Lì sgorgava una sorgente naturale che attraversava il canyon e che, perfino durante le estati più torride e spietate, non si prosciugava mai.
Il ranch di Elias non valeva tanto per il bestiame o per la casa.
La sua vera ricchezza era quell’acqua.
E Mason lo sapeva perfettamente.
Elias infilò i documenti sotto la camicia.
Poi uscirono dalla porta sul retro proprio mentre Mason continuava a tempestare d’urti quella anteriore.
La neve tagliava il viso come lame di ghiaccio.
I cani rinchiusi nel recinto iniziarono ad abbaiare con forza, ma Elias fece loro un rapido gesto con la mano.
All’istante tacquero.
Si inoltrarono tra pini altissimi, querce contorte e rocce completamente ricoperte di ghiaccio.
A ogni passo Clara sprofondava nella neve.
Elias, invece, nonostante le ferite, si muoveva con la sicurezza di chi conosceva la montagna fin dentro le ossa.
Di tanto in tanto rallentava e le tendeva una mano.
All’inizio Clara la ignorò.
Poi finì per afferrarla.
Non perché si sentisse debole.
Ma perché quella notte aveva finalmente compreso che accettare l’aiuto di qualcuno non significava sempre arrendersi.
Alle loro spalle iniziarono a risuonare delle voci.
Mason aveva trovato le loro tracce.
Elias accelerò immediatamente il passo.
Scivolarono lungo un pendio ripidissimo, dove il vento fischiava tra le rocce come un animale ferito.
In lontananza la catena montuosa si apriva in enormi fenditure oscure, profonde come se la terra fosse stata spezzata da una forza antica.
Clara ricordò i racconti dei viaggiatori.
Dicevano che i grandi canyon fossero tanto vasti da impiegare diversi secondi prima che un’eco tornasse indietro.
Quella notte, però, ebbe la sensazione che nessuna eco sarebbe mai ritornata.
Dopo circa un’ora di cammino Elias crollò in ginocchio.
Clara gli fu subito accanto.
Il sangue aveva completamente impregnato la fasciatura.
Le sue labbra avevano ormai assunto una sfumatura bluastra.
Provò a prendere il taccuino per scrivere qualcosa, ma la matita gli scivolò via dalle dita.
