I ladri di tombe alimentavano la domanda di mummie, mentre i mercanti le trasportavano dall’Egitto in Europa e in America, dove diventavano un bene prezioso per i ricchi. Venivano esposte come simbolo di status sociale o utilizzate per la ricerca. Una delle tendenze più strane del 1800 era la “festa dello srotolamento”, durante la quale le mummie venivano solennemente srotolate davanti a spettatori curiosi, cancellando i confini tra scienza e intrattenimento.
Questa immagine di un commerciante che riposa tra una moltitudine di mummie sottolinea come questi antichi manufatti siano diventati una merce utilizzata per vari scopi, dagli esperimenti medici agli spettacoli nei salotti. È un promemoria di come un tempo venivano trattati i beni culturali e del perché oggi sia così importante preservarli.
Polmoni d’acciaio (1953)

Prima dell’avvento dei vaccini, la poliomielite era una delle malattie più temibili al mondo, che ogni anno paralizzava o uccideva migliaia di persone. Negli Stati Uniti, l’epidemia più grave fu quella del 1952, quando furono registrati quasi 58.000 casi: oltre 21.000 persone rimasero invalide e 3.145 morirono, per lo più bambini. La poliomielite non danneggia direttamente i polmoni, ma colpisce i motoneuroni del midollo spinale, interrompendo la connessione tra il cervello e i muscoli necessari per la respirazione.
Per i pazienti più gravi, la sopravvivenza significava spesso essere confinati in un “polmone d’acciaio”, un respiratore meccanico che li manteneva in vita pompando aria nei polmoni paralizzati. Negli ospedali c’erano file di questi apparecchi cilindrici torreggianti, pieni di bambini che lottavano per la vita. Una sola immagine di questi “polmoni meccanici” è sufficiente per trasmettere l’impatto devastante della poliomielite, un ricordo agghiacciante della paura e dell’incertezza che hanno attanagliato le famiglie prima dell’arrivo del vaccino nel 1955.
Anche per coloro che uscivano dal polmone d’acciaio, la vita non era più la stessa, spesso rimanendo invalidi. Ma la fotografia sopra — file infinite di polmoni d’acciaio — testimonia sia le vittime umane dell’epidemia, sia la tenacia di coloro che hanno lottato per superarla.
Una giovane madre e il suo bambino morto (1901)

L’immagine spettrale di Otilia Januszewska che tiene in braccio il figlio Alexander, recentemente scomparso, non solo immortala un momento di profondo dolore, ma testimonia anche la tradizione vittoriana della fotografia postuma. Questa pratica, diffusa nella metà del XIX secolo, serviva come modo per onorare la memoria del defunto e conservare l’ultimo legame tangibile con i propri cari, soprattutto quando la realtà della morte sembrava troppo opprimente.
L’idea di riflettere sulla morte affonda le sue radici nel concetto di memento mori, che significa “ricordati che devi morire”, e ha profonde radici storiche. Nel Medioevo, i dipinti spesso raffiguravano richiami alla morte, mentre nelle culture più antiche venivano creati oggetti decorativi con immagini di scheletri: un riconoscimento cupo ma necessario della fragilità della vita.
Con l’avvento della fotografia nel XIX secolo, essa divenne il mezzo ideale per rendere queste riflessioni personali e intime. Le famiglie, che ora potevano fotografare, immortalavano i loro cari defunti, cercando di trattenerli, in modo che i loro volti fossero sempre a portata di mano. Ciò permetteva ai vivi di piangere la loro perdita, ma anche di creare legami duraturi, un senso di connessione dopo la morte.
È interessante notare che oggi, quando una persona cara se ne va, tendiamo a concentrarci sulla celebrazione della sua vita, spesso evitando la dura realtà della sua morte, quasi come se fosse proibito parlarne direttamente. A differenza di loro, i vittoriani accettavano la morte con entusiasmo, includendola in rituali che ne riconoscevano l’inevitabile presenza.
La fotografia post mortem, che raggiunse il suo apice negli anni 1860-70, fu una parte fondamentale di questo processo. Ebbe inizio negli anni 1840 con l’invenzione della fotografia e, sebbene non tutti i vittoriani fossero a proprio agio con l’idea di fotografare i defunti, questa pratica divenne molto diffusa, specialmente nel Regno Unito, negli Stati Uniti e in Europa.
Una lavoratrice di 9 anni in una fabbrica nel Maine (1911)

Nel 1911, la vita di molte famiglie della classe operaia americana era caratterizzata da duro lavoro, lunghi orari e difficoltà a sbarcare il lunario.
Per Nan de Gallant, una bambina di 9 anni di Perry, nel Maine, l’estate significava solo una cosa: lavorare alla Seacoast Canning Co. di Eastport, nel Maine. Non correva nei campi e non giocava con gli amici: aiutava la sua famiglia a trasportare le sardine, lavorando per lunghe ore insieme alla madre e alle due sorelle.
