«Potresti conservarne una copia?» gli domandai. «Nel caso in cui un giorno dovessi averne bisogno.»
Frank annuì senza esitazione.
«Naturalmente.»
Poi mi guardò con estrema serietà.
«Qualunque cosa stia succedendo… fai molta attenzione.»
Abbassò la voce.
«Quella donna mi è sembrata davvero pericolosa.»
Aveva perfettamente ragione.
Nei quattro giorni successivi Amanda cercò di contattarmi ventitré volte.
Ventitré chiamate.
Non risposi a nessuna.
Lasciò numerosi messaggi vocali.
All’inizio cercava di sembrare gentile.
«Helen… mi dispiace davvero. Per favore, parliamone.»
Poche ore dopo il tono cambiava completamente.
«Te ne pentirai.»
«Sei una donna orribile.»
Mi inviò decine di messaggi.
Email.
SMS.
Perfino lettere.
Arrivò persino a farmi recapitare un mazzo di fiori.
Sul biglietto c’era una sola frase.
«Alcune madri dovrebbero imparare quando è arrivato il momento di lasciar andare i propri figli.»
Quel gesto mi fece rabbrividire.
Ma il peggio doveva ancora arrivare.
Amanda si presentò direttamente nell’azienda dove lavorava Daniel.
Andò a parlare con il suo responsabile.
Gli raccontò che io la perseguitavo continuamente.
Sostenne che soffrivo di problemi mentali.
Disse che Daniel era molto preoccupato per il mio comportamento.
Arrivò persino a chiedere se l’azienda potesse convincermi a iniziare un percorso psicologico.
Fortunatamente il capo di Daniel mi conosceva da molti anni.
Avevo partecipato a diverse feste aziendali insieme a mio figlio.
Non credette immediatamente alle parole di Amanda.
Decise invece di chiamare Daniel in privato.
Gli chiese spiegazioni.
Molto tempo dopo fu lo stesso Daniel a raccontarmi quella conversazione.
Mi confessò che proprio in quell’occasione aveva iniziato, per la prima volta, a dubitare seriamente di Amanda.
Non sapeva assolutamente nulla della visita fatta al suo responsabile.
Non le aveva mai chiesto di intervenire.
Non le aveva dato alcuna autorizzazione.
Quando tornò a casa e le domandò perché avesse preso un’iniziativa tanto grave, Amanda rispose con assoluta tranquillità.
Disse che stava semplicemente cercando di aiutarlo a gestire sua madre.
Gestire.
Fu proprio quella parola a colpirlo.
Non «aiutare».
Non «comprendere».
Non «riconciliarsi».
Gestire.
Come se io fossi diventata un problema da controllare.
O un ostacolo da eliminare.
Verso la fine della settimana Amanda smise improvvisamente di chiamarmi.
Niente più telefonate.
Nessun messaggio.
Nessuna email.
Quel silenzio improvviso mi spaventò molto più di tutte le molestie dei giorni precedenti.
Conoscevo ormai abbastanza Amanda da capire che un cambiamento così improvviso non poteva significare nulla di buono.
Fu Ruth a convincermi ad allontanarmi per qualche giorno.
Accettai il suo consiglio.
Andammo nella sua casa al mare e vi restammo quattro giorni.
Avevo bisogno di respirare.
Di allontanarmi da tutta quella tensione.
Di riflettere con lucidità.
Sentivo che qualcosa stava per accadere.
Non sapevo cosa.
Ma ero certa che quella storia non fosse ancora finita.
Il rumore delle onde riusciva sempre a riportare ordine nei miei pensieri.
Passeggiammo per ore lungo la spiaggia.
Parlammo.
Analizzammo ogni dettaglio.
Cercammo di immaginare la prossima mossa di Amanda.
Fu proprio durante quei giorni che ricevetti una telefonata che aspettavo da tempo.
Il numero sul display apparteneva a Daniel.
Non ad Amanda.
A Daniel.
Il mio cuore iniziò a battere più forte.
Risposi immediatamente.
«Mamma… possiamo vederci?»
La sua voce era calma.
«Solo io e te.»
Quelle quattro parole mi riempirono di speranza.
«Certo, tesoro. Quando?»
«Domani.»
Fece una breve pausa.
«Pranziamo insieme al ristorante di pesce.»
«A mezzogiorno.»
«Sarò lì», risposi senza esitare.
Chiusi la telefonata con il cuore molto più leggero.
Ma la mattina seguente arrivò un’altra visita inattesa.
Questa volta non era Amanda.
Era sua madre.
Barbara.
Si presentò davanti a casa mia alle dieci in punto.
Indossava abiti eleganti, gioielli costosi e sfoggiava un sorriso talmente artificiale da risultare quasi inquietante.
«Helen… posso entrare?»
Ruth mi aveva avvertita che una cosa del genere sarebbe potuta accadere.
Scossi gentilmente la testa.
«Possiamo parlare qui, sul portico.»
Il sorriso di Barbara si irrigidì per un istante.
Poi annuì lentamente.
Ci sedemmo sulle sedie del portico.
Barbara si accomodò con movimenti studiati, mantenendo una postura impeccabile, come se qualcuno la stesse fotografando e ogni gesto dovesse trasmettere eleganza e controllo.
Per qualche istante rimase in silenzio.
Poi iniziò a parlare.
«Sono venuta per porgerti le scuse di mia figlia.»
Abbassò leggermente lo sguardo, simulando dispiacere.
