«Ma non posso nemmeno impedirvelo.»
Ci fissò con estrema serietà.
«Vi chiedo soltanto una cosa.»
«Siate prudenti.»
Il suo sguardo si fermò su di me.
«Se Amanda dovesse accorgersi che state indagando sul suo passato, potrebbe reagire in modo imprevedibile.»
Incrociai le braccia.
«Che ci provi pure.»
In quel momento ero convinta di sapere con chi avevo a che fare.
Mi sbagliavo.
Avrei dovuto avere molta più paura.
Tre giorni dopo, alle sei del mattino in punto, un rumore violentissimo mi fece sobbalzare nel letto.
Qualcuno stava prendendo a pugni la porta d’ingresso.
Colpi forti.
Ripetuti.
Pieni di rabbia.
Indossai rapidamente l’accappatoio e scesi al piano inferiore.
Prima di aprire, guardai attraverso lo spioncino.
Era Amanda.
I capelli erano completamente spettinati.
Il trucco le colava sul viso.
Gli occhi erano pieni di furia.
Sembrava fuori controllo.
«Apri questa porta, Helen!»
Continuava a colpire il legno con il pugno.
«So benissimo quello che stai facendo!»
Non aprii.
Rimasi dietro la porta chiusa.
«Amanda.»
La mia voce era sorprendentemente tranquilla.
«Sono le sei del mattino.»
«Torna a casa.»
Lei rispose con un altro violento pugno contro la porta.
«Stai cercando di distruggere il mio matrimonio!»
Gridava ormai senza alcun controllo.
«Stai scavando nel mio passato.»
«Vai in giro a raccontare bugie su di me agli amici di Daniel e ai suoi colleghi di lavoro.»
Quindi lo aveva scoperto.
Oppure qualcuno l’aveva avvertita.
O forse controllava ogni movimento molto più attentamente di quanto avessi immaginato.
«Non so di cosa tu stia parlando», risposi mantenendo un tono pacato.
Lei colpì ancora la porta.
Più forte di prima.
«Pensi davvero di poter controllare Daniel per tutta la vita?»
«Vuoi tenerlo legato a te come se fosse ancora un bambino!»
«Adesso è mio marito, non il tuo!»
Inspirai lentamente.
«Abbassa la voce.»
«Altrimenti chiamerò immediatamente la polizia.»
Amanda rise istericamente.
«Chiamala pure!»
«Dirò che sei tu a perseguitarmi.»
«Dirò che ci segui ovunque.»
«Dirò che mi stai molestando.»
Proprio in quel momento si aprì la porta della casa accanto.
Il mio vicino, Frank Martinez, uscì sul portico.
Per molti anni aveva lavorato come agente di polizia prima di andare in pensione.
Guardò prima me, poi Amanda.
«Helen… va tutto bene?»
Amanda si voltò di scatto.
Per una frazione di secondo il suo volto tradì il panico.
Sembrava un animale messo alle strette.
Poi, quasi come se qualcuno avesse premuto un interruttore, la sua espressione cambiò completamente.
La rabbia sparì.
Le spalle si abbassarono.
Gli occhi si riempirono improvvisamente di lacrime.
Nel giro di un istante si trasformò nella vittima perfetta, fragile e indifesa.
«Mi dispiace davvero tanto», disse Amanda rivolgendosi a Frank con una voce improvvisamente dolce e tremante. «Sono solo molto sconvolta. Mia suocera ci aveva promesso un assegno, poi lo ha annullato all’improvviso. Adesso non possiamo più comprare la casa che avevamo scelto. Non avrei dovuto venire qui in questo stato.»
Sembrava un’attrice consumata.
Nel giro di pochi secondi la donna che, un attimo prima, stava urlando e prendendo a pugni la mia porta era diventata una nuora ferita, fragile e apparentemente innocente.
Frank mi guardò senza dire una parola.
Io scossi appena la testa.
Un movimento quasi impercettibile.
Un messaggio silenzioso.
Non è questa la verità.
Lui capì immediatamente.
L’esperienza maturata in tanti anni di servizio gli aveva insegnato a riconoscere quando qualcuno stava recitando.
«Forse è meglio che tu torni a casa», disse con calma ad Amanda. «Prenditi un po’ di tempo per calmarti.»
Amanda lo fissò con uno sguardo duro.
Poi guardò di nuovo verso la mia porta.
«Non è finita qui, Helen!»
La sua voce tornò improvvisamente piena di rabbia.
«Non hai la minima idea di quello che sono capace di farti!»
Si voltò di scatto e raggiunse la sua automobile.
Pensavo che se ne sarebbe andata subito.
Mi sbagliavo.
Rimasi dietro la finestra a osservarla.
Per quasi trenta minuti restò seduta nell’auto parcheggiata davanti a casa mia.
Non telefonava.
Non leggeva nulla.
Restava semplicemente lì.
Immobile.
Con gli occhi fissi sulla mia abitazione.
Fu quella lunga attesa silenziosa, più ancora delle sue urla, a farmi provare un autentico senso di paura.
Quando finalmente mise in moto e partì, mi accorsi che le mie mani stavano tremando.
Circa un quarto d’ora dopo Frank bussò alla mia porta.
Questa volta aprii.
«Vuoi che prepari una segnalazione alla polizia?» mi chiese.
Ci pensai qualche secondo.
«Non ancora.»
Poi aggiunsi:
«Ma sto annotando ogni singola cosa che succede.»
Gli mostrai il filmato registrato dalla videocamera del campanello.
Aveva ripreso tutta la scena dall’inizio alla fine.
