Ogni passo era pesante.
Misurato.
Il rumore delle sue scarpe riecheggiava sul pavimento di pietra.
Senza che nessuno dicesse una parola, gli invitati iniziarono ad aprirsi spontaneamente, liberandogli il passaggio.
Mio padre, ancora stordito ma sostenuto dall’alcol e dalla convinzione di essere l’uomo più importante della serata, ritrovò finalmente la voce.
Si precipitò in avanti gonfiando il petto.
«Chi diavolo credi di essere?» gridò indicando Alexander con rabbia. «Questa è una festa privata! Esclusiva! Non puoi entrare qui distruggendo il prato con le tue macchine! Chiamo immediatamente la polizia!»
Alexander non gli rivolse nemmeno uno sguardo.
Era come se Richard non esistesse.
Raggiunse me e Lily.
Per una frazione di secondo il suo volto cambiò completamente.
Ogni traccia di collera svanì mentre osservava nostra figlia.
Si tolse lentamente la costosa giacca del completo e la posò sulle mie spalle, avvolgendo nello stesso abbraccio caldo sia me che Lily.
Poi appoggiò delicatamente una mano dietro la mia nuca.
«Sono qui, moya dusha… anima mia.» sussurrò in russo, sfiorandomi la fronte con un bacio. «Ti hanno fatto del male?»
Scossi appena la testa.
«Sto bene…» risposi appoggiandomi al suo petto e respirando il familiare profumo di legno di cedro e colonia. «Ma hanno spinto Lily.»
Per un istante sentii i suoi denti serrarsi con tanta forza da scricchiolare.
Alexander voltò lentamente il capo.
Osservò l’intera folla immobile.
Poi incrociò lo sguardo del suo capo della sicurezza.
Un uomo gigantesco chiamato Viktor.
«Sigillate immediatamente tutta la proprietà.» ordinò con una voce bassa, controllata e così carica di autorità da far gelare il sangue nelle vene. «Nessuno lascerà questo posto finché non sarò io a dare il permesso.»
Fece una brevissima pausa.
Poi concluse senza cambiare espressione.
«E se qualcuno proverà a superare i vostri uomini… spezzategli le gambe.»

Capitolo 4: Il re si rivela
L’autorità glaciale che traspariva dalla voce di Alexander attraversò il ricevimento come un’onda invisibile, diffondendo un autentico panico tra gli invitati.
Erano uomini e donne abituati al privilegio.
Persone convinte che denaro, prestigio e conoscenze potessero aprire qualsiasi porta.
Eppure bastò uno sguardo agli uomini armati che avevano sigillato ogni uscita perché comprendessero una verità sconvolgente: le loro tessere esclusive del country club, le amicizie influenti e i patrimoni milionari non avevano il minimo valore davanti a chi era appena arrivato.
Mark, deciso a conservare l’immagine del padrone assoluto della serata, scese rapidamente dal palco.
Consegnò il calice di champagne a Chloe, gonfiò il petto e avanzò verso l’ingresso con passo deciso.
«Ehi! Non puoi irrompere qui e minacciare i miei invitati!» gridò cercando di assumere il tono autorevole di un grande amministratore delegato. «Conosco personalmente il capo della polizia di questa città! Ti conviene portare via immediatamente questi tuoi scagnozzi prima che distrugga la tua reputazione!»
Continuò ad avanzare con sicurezza.
Arrogante.
Convinto di avere il controllo.
Poi si fermò.
Le luci soffuse dell’ingresso illuminarono completamente il volto di Alexander.
Mark rimase immobile.
Il colore gli scomparve dal viso in un istante.
Sembrava un cadavere.
La bocca gli si spalancò.
Gli occhi si dilatarono fino quasi a uscire dalle orbite.
L’uomo sicuro di sé che pochi secondi prima si atteggiava a dominatore della festa sparì completamente.
Al suo posto rimase una persona terrorizzata.
Una persona che sembrava aver appena visto la morte.
«S-Signor… Sterling…?»
La voce gli si spezzò in un suono acuto e miserabile.
Il sudore iniziò immediatamente a imperlargli la fronte, distruggendo l’acconciatura impeccabile preparata per il matrimonio.
Le gambe gli cedettero.
Fu costretto ad afferrarsi allo schienale di una sedia per non cadere.
Mia madre, Irina, aggrottò la fronte stringendo nervosamente la collana di perle.
«Mark… cosa succede? Conosci quest’uomo così maleducato e violento?»
«Stia zitta!»
Mark si voltò verso la suocera quasi urlando.
Nella sua voce non c’era più traccia di arroganza.
Solo panico.
«Ma è impazzita? Quello è Alexander Sterling! È il presidente del consiglio di amministrazione e l’azionista di maggioranza della Sterling Global Syndicate!»
Tra gli invitati si sollevò un mormorio collettivo.
Seguì un coro di esclamazioni soffocate.
Il nome di Alexander Sterling apparteneva ormai alla leggenda del mondo finanziario.
Era un miliardario spietato.
Intoccabile.
L’uomo che controllava un immenso impero composto da aziende tecnologiche, reti logistiche e colossi immobiliari.
Si diceva che fosse capace di cancellare una società concorrente con una sola decisione.
Operava lontano dai riflettori.
Concedeva rarissime apparizioni pubbliche.
