Mitchell portò le borse di sopra e sistemò la culla accanto al vecchio letto di Wendy. La stanza era quasi identica a quando lei era partita per il college, solo più spoglia. Le pareti erano ancora giallo pallido, scelta anni prima da Suzanne. Il comò aveva ancora la maniglia mancante. Le tende erano nuove, ma fredde. Quella stanza non era più davvero sua, eppure il disagio era rimasto.
Mitchell sistemò i cuscini con attenzione, poi si inginocchiò davanti a lei e le prese le mani.
“Scrivimi ogni due ore domani,” disse piano. “Sul serio. Anche se stai bene. Soprattutto se non stai bene.”
“Starò bene,” sussurrò lei.
Lui serrò la mascella. “Non è quello che ho chiesto.”
Lei accennò un sorriso. “Ti scriverò.”
Baciò Paige, poi la fronte di Wendy. Prima di uscire si voltò un’ultima volta, controllando la stanza con lo sguardo.
La prima notte fu peggiore dell’ospedale. Lì almeno c’erano infermiere, pulsanti, aiuto. Nella sua vecchia stanza c’erano solo lei, una neonata, una ferita recente e la sensazione che la casa fosse infastidita dalla loro presenza.
Paige faticava ad attaccarsi al seno. Wendy provò tutte le posizioni, ma il dolore confondeva tutto. Ogni cambio di pannolino era un’impresa. Sudava. Tremava. Si sentiva divisa tra amore e frustrazione.
Alle due del mattino Paige iniziò a piangere davvero. Wendy la prese con fatica, ignorando il dolore. Sentì rumori al piano di sotto. Nessuno salì.
E la cosa peggiore era che non aveva nemmeno chiamato.
Una parte di lei sperava ancora che l’aiuto arrivasse da solo. Un’altra sapeva che non sarebbe successo.
All’alba, la luce entrò nella stanza insieme a un’illusione di controllo. Wendy era esausta. Paige cercava il seno, impaziente. Finalmente riuscì ad attaccarla.
La porta si aprì senza bussare.
Suzanne era già pronta, perfetta, con quell’espressione che Wendy conosceva bene: decisione presa, nessuna discussione possibile.
“Wendy,” disse in tono deciso. “Devi preparare le tue cose. Cheryl sta arrivando con il bambino e ha bisogno di questa stanza.”
Per un attimo Wendy pensò di aver capito male. “Cosa?”
Suzanne entrò. “Tua sorella è in arrivo. Ha bisogno di spazio, tranquillità, aiuto. Inizia a fare le valigie.”
Paige perse l’attacco e iniziò a lamentarsi. Wendy cercò di sistemarla con movimenti lenti. “Mamma… mi hanno operata ieri.”
“Due giorni fa,” corresse Suzanne.
“Faccio fatica anche solo a muovermi.”
Suzanne sospirò. “Ti muovi benissimo. Ti ho vista ieri sera.”
Come se Wendy stesse passeggiando per piacere.
“Ti prego,” disse Wendy, con le lacrime già vicine. “Dammi solo un giorno.”
“No. Cheryl sta arrivando.”
Eccolo di nuovo. Non una richiesta.
Un ordine.
Come sempre.
Wendy abbassò lo sguardo verso Paige, perché incrociare gli occhi di sua madre rendeva l’aria stessa pericolosa. «Mi avevi detto che potevo restare qui per una settimana.»
La voce di Suzanne si fece tagliente. «Non parlarmi come se ti dovessi qualcosa.»
In quell’istante qualcosa cambiò. Wendy lo avvertì prima ancora di comprenderlo davvero: un odore antico, marcio, che tornava a galla. Era quella versione di sua madre che non si limitava a preferire Cheryl, ma che sembrava nutrire un fastidio profondo verso Wendy, come se i suoi bisogni fossero un’offesa.
«Non sto dicendo che mi devi qualcosa,» sussurrò Wendy. «Sto solo dicendo che ho appena avuto un bambino. Ti prego.»
Suzanne si mosse all’improvviso, con una rapidità che il corpo dolorante e stremato di Wendy non riuscì nemmeno a prevedere. Un attimo prima era accanto al comò, quello dopo aveva già afferrato Wendy per i capelli.
Strinse con forza.
Il dolore esplose sul cuoio capelluto e si riversò giù per il collo. Il contraccolpo violento del suo corpo tirò l’addome con una ferocia improvvisa, una fitta così acuta lungo l’incisione che la vista si fece bianca per un istante. Wendy ansimò e si afferrò d’istinto, terrorizzata all’idea di essersi provocata un danno interno. Paige sobbalzò e scoppiò a piangere.
«Ti muovi benissimo, a quanto pare,» sibilò Suzanne, il volto a pochi centimetri dal suo. Il respiro odorava di caffè. «Adesso prepara le tue cose, smettila con questa scenata pietosa e vattene. Non permetterò che tu rovini il primo giorno a casa di Cheryl con Jaden.»
Il corpo di Wendy tremava. La stanza ondeggiava. Non riusciva a elaborare davvero che la mano della madre fosse ancora intrecciata nei suoi capelli, che Paige stesse piangendo, che il dolore nello stomaco fosse diventato qualcosa di vivo, feroce, come un animale che graffiava dall’interno della ferita.
Poi Suzanne lasciò la presa, con la stessa noncuranza con cui si sistema una tenda.
Wendy guardò verso il corridoio, come se qualcuno potesse apparire e ristabilire un senso alle cose. Invece, dalla televisione al piano di sotto arrivò la voce di Philip. «Per favore, falla uscire, Suzanne. Vederla lì a tenersi la pancia mi mette a disagio. È deprimente.»
