Dalle caviglie fino quasi alla metà delle cosce, la carne aveva assunto una tonalità violacea scurissima, quasi nera, attraversata da una fitta rete di vene rosse che sembravano bruciare sotto la pelle.
Sui polpacci si aprivano profonde ulcerazioni da cui colava lentamente un liquido giallastro, macchiando le lenzuola candide che Elena aveva cercato disperatamente di nascondere per settimane.
Un odore nauseante invase improvvisamente la stanza.
Era il fetore acre dell’infezione — metallico, soffocante, quasi insopportabile — tanto forte da far contrarre lo stomaco a Mateo.
— Dio mio… Elena! — gridò lui, lasciandosi cadere in ginocchio accanto al letto.
Le sue mani tremavano sospese nell’aria; aveva paura perfino di sfiorarla, terrorizzato dall’idea di provocarle altro dolore.
— Che cosa ti sta succedendo? Perché non mi hai detto nulla? Stai morendo!
Elena scoppiò in un pianto devastante, un dolore che sembrava provenire dalle profondità della sua anima.
Stringeva con forza il ventre enorme della gravidanza ormai avanzata, quasi volesse proteggere qualcosa… o qualcuno… a ogni costo.
PARTE 3
Mateo ed Elena erano sposati da quattro lunghi anni quando, finalmente, il test di gravidanza mostrò quelle due linee che avevano aspettato con tutto il cuore.
Vivevano in un modesto appartamento popolare a Ecatepec, nello Stato del Messico — un quartiere rumoroso dove il rombo continuo dei minibus e la musica cumbia proveniente dalle case vicine riempivano le strade a ogni ora del giorno.
Mateo lavorava senza sosta in un’officina meccanica sulla strada principale, affrontando turni estenuanti di oltre dodici ore, mentre Elena aiutava la propria famiglia al banco della barbacoa nel mercato locale.
Quella gravidanza, ormai oltre il sesto mese, avrebbe dovuto essere il capitolo più luminoso della loro vita. Eppure, nella loro casa sembrava essersi insinuata un’oscurità inquietante.
Nelle ultime tre settimane Elena era cambiata completamente. Non voleva più alzarsi dal letto.
Restava sdraiata su un fianco giorno e notte, coperta fino al collo da una pesante coperta con fantasia tigrata, nonostante il caldo opprimente che avrebbe fatto sudare chiunque.

Aveva quasi smesso di mangiare; il brodo di pollo e le tortillas che Mateo le lasciava sul comodino restavano lì per ore, fredde e dimenticate.
Ma il vero veleno che stava lentamente distruggendo la serenità della coppia non era il silenzio di Elena, bensì le continue parole di doña Rosa, la madre di Mateo. La donna, che abitava a poche strade di distanza, passava ogni giorno da loro con il solo obiettivo di seminare dubbi e tensioni.
— Tua moglie ti sta manipolando, hijo, — disse una sera doña Rosa, ferma nella minuscola cucina con le braccia incrociate, mentre Mateo si lavava via dalle mani l’olio e il grasso del motore.
— Sei mesi di gravidanza non significano nulla. Quando aspettavo te, all’ottavo mese continuavo ancora a lavare i panni a mano e a macinare il mais. Lei invece resta a letto tutto il giorno. È solo pigra. Ti tratta come un servo. E se non fosse davvero malata? Se volesse soltanto controllarti?
Quelle parole, ripetute ossessivamente giorno dopo giorno, iniziarono lentamente a scavare nella mente già provata di Mateo.
I debiti, la stanchezza fisica e la delusione di tornare a casa ogni sera trovando Elena nascosta sotto le coperte, incapace perfino di guardarlo negli occhi, alimentarono dentro di lui un’amarezza sempre più cupa.
Cominciò a dubitare.
Forse Elena stava esagerando? Forse era depressa perché non voleva davvero quel bambino? Oppure sua madre aveva ragione e lei stava approfittando del suo amore?
Una sera di venerdì Mateo rientrò dopo le dieci.
Fuori era già buio e, in lontananza, si sentiva soltanto il caratteristico richiamo del venditore ambulante di tamales.
Entrò in casa sbattendo violentemente la porta. Era esausto, nervoso, con la testa che sembrava sul punto di esplodere.
Si diresse subito verso la camera da letto.
Elena era lì, immobile nella stessa posizione di sempre. Stringeva il bordo della coperta così forte che le nocche erano diventate bianche. Il piatto lasciato quella mattina era ancora intatto.
— Non ne posso più, Elena, — disse Mateo con una voce fredda e dura che lei non gli aveva mai sentito usare. — Sono settimane che vai avanti così. Mia madre aveva ragione: mi stai facendo impazzire! Alzati immediatamente!
Il corpo di Elena tremò.
I suoi occhi, segnati da profonde occhiaie, si riempirono di lacrime terrorizzate.
— No, Mateo… ti prego… — sussurrò con voce spezzata. — Non costringermi… non guardare. Ti supplico.
Quella reazione disperata fu l’ultima scintilla.
Accecato dalla rabbia e dalla frustrazione, Mateo fece due passi rapidi verso il letto.
— Ho detto basta! — urlò.
Con un gesto violento afferrò il bordo della coperta pesante e la strappò via con forza, deciso a costringerla ad alzarsi.
