Alla fine annuì e si allontanò.
Solo allora mi voltai verso la cucina.
Come se fossi pronta a obbedire.
Damian si rilassò leggermente.
Un errore.
Un errore molto utile.
Gli uomini come lui si rilassano sempre troppo presto.
Iniziai a muovermi lentamente per l’appartamento.
Osservando.
Memorizzando.
Valutando.
Un ceppo di coltelli accanto ai fornelli.
Un pesante posacenere in ceramica sul davanzale della finestra.
La serratura del bagno sembrava fragile.
Il chiavistello della porta d’ingresso era vecchio e consumato.
La camera da letto dava su un piccolo balcone.
La ringhiera di ferro era arrugginita e trascurata.
Continuai a registrare ogni dettaglio.
Ogni uscita.
Ogni oggetto.
Ogni possibile rischio.
Ogni possibile vantaggio.
Perché quella sera ero entrata nella loro casa fingendo di essere una vittima.
Ma dentro di me stavo già preparando qualcosa di completamente diverso.

I documenti che Lidia aveva nascosto si trovavano esattamente dove mi aveva detto.
Sotto il lavandino.
Dietro un pannello allentato che nessuno si sarebbe preso la briga di controllare.
Dentro una busta di plastica.
Li recuperai senza fare rumore e li infilai nella fodera interna della sua borsa mentre Damian, completamente assorbito da una partita di calcio in televisione, urlava contro l’arbitro e contro lo schermo.
Nessuno si accorse di nulla.
Durante la preparazione della cena, sua madre continuò a tormentarmi con osservazioni velenose.
«Ti muovi troppo lentamente.»
«Hai messo troppo sale.»
«Le donne di oggi non sanno fare niente.»
Ogni frase era una frecciata.
Ogni parola un tentativo di umiliazione.
Dal divano, Karla osservava la scena con un sorriso compiaciuto.
Sembrava divertirsi.
A un certo punto rise e disse:
«Forse Damian avrebbe dovuto sposare una donna con un po’ di carattere.»
Per poco non scoppiavo a ridere.
Se solo avesse saputo.
Quando finalmente la cena fu pronta e servita in tavola, Damian aveva già bevuto abbastanza da cercare qualcuno su cui sfogare la propria frustrazione.
Si lasciò cadere sulla sedia.
Assaggiò un boccone.
Poi spinse il piatto lontano da sé.
«È fredda.»
Le parole mi uscirono prima che riuscissi a trattenerle.
«Non lo è.»
Il silenzio cadde sulla stanza come una pietra.
Damian alzò lentamente gli occhi.
Anche sua madre.
Anche Karla.
Tutti mi fissavano.
A quanto pare, Lidia non aveva mai osato contraddirlo.
Mai.
Damian si alzò con una lentezza inquietante.
«Che cosa hai detto?»
Lo guardai per un istante, fingendo incertezza.
Poi abbassai gli occhi.
«Ho detto che posso riscaldarla.»
Ma ormai era troppo tardi.
Lui stava già girando attorno al tavolo.
Si fermò davanti a me.
Così vicino che sentivo l’odore acre della birra e del sudore stantio.
«Non fare la furba con me.»
La sua mano si sollevò.
Quella era la parte della storia che conosceva bene.
La fase che precedeva il colpo.
L’attimo in cui Lidia avrebbe abbassato la testa.
Avrebbe pianto.
Avrebbe implorato.
Avrebbe cercato di proteggersi il viso.
Ma quella sera accadde qualcosa di diverso.
Qualcosa che non aveva previsto.
Gli afferrai il polso.
Senza rabbia.
Senza teatralità.
Senza alcuno sforzo apparente.
Semplicemente lo fermai.
I suoi occhi si spalancarono.
Per un istante rimase immobile.
Gli lasciai il tempo di percepire la differenza.
Di sentirla davvero.
Poi lo lasciai andare e feci un passo indietro come se io stessa fossi sorpresa da quel gesto.
Damian batté le palpebre.
L’alcol combatteva contro la sua confusione.
Dietro di lui, la madre balzò in piedi così rapidamente che la sedia strisciò sul pavimento.
«Che diavolo è stato?» esclamò Karla.
Il volto di Damian cambiò colore.
Non per il dolore.
Per l’umiliazione.
Quella particolare umiliazione che prova un uomo debole quando scopre una resistenza laddove si aspettava soltanto paura.
Mi afferrò il braccio con forza.
«Vieni con me.»
Mi trascinò lungo il corridoio.
Perfetto.
Lontano da Sofi.
Lontano dagli altri.
Esattamente dove volevo.
Aprì con violenza la porta della camera da letto.
Mi spinse all’interno.
La porta sbatté alle nostre spalle.
«Ti senti coraggiosa stasera?» sibilò.
«Pensi che qualche bicchiere mi renda debole?»
Rimasi immobile.
Poi mi raddrizzai lentamente.
«No.»
Sollevai il viso.
Completamente.
Lasciandogli vedere ciò che fino a quel momento avevo nascosto.
Non l’espressione di Lidia.
La mia.
Esiste un istante preciso in cui un aggressore comprende che la storia non seguirà più il copione che conosce.
Lo si vede nei suoi occhi.
Nella postura.
Nel modo in cui la sicurezza comincia a sgretolarsi.
Pezzo dopo pezzo.
Damian corrugò la fronte.
«Che cosa ti succede?»
Feci un passo avanti.
«Lidia non è qui.»
Lui rise.
