
La tensione nella sala era palpabile.
Poi, all’improvviso, le porte si spalancarono.
Dodici marines entrarono in formazione.
In testa c’era il generale Warner.
Si avvicinò a Katie, si inginocchiò davanti a lei.
— Signorina Katie, stavamo cercando proprio lei.
— Me?
— Tuo padre ci ha fatto una promessa. Se non fosse potuto esserci, saremmo venuti noi.
Tirò fuori una lettera.
Riconobbi subito la calligrafia di Keith.
Katie la lesse con voce tremante.
Il messaggio era pieno d’amore.
Le lacrime scesero sul suo viso.
— Conoscevate il mio papà?

— Molto bene. Parlava sempre di te.
Un sergente aggiunse:
— Sapevamo tutto: i tuoi successi, i tuoi balli… persino degli stivali rosa.
Katie sorrise incredula.
Poi il generale disse:
— Sua figlia non avrebbe mai dovuto restare sola. E noi siamo qui per questo.
E tutto cambiò.
I marines la invitarono a ballare.
Katie rise — una risata vera, luminosa.
— Ma sapete fare il ballo del pulcino?
La palestra si riempì di risate.
La gioia prese il posto dell’imbarazzo.
Anche gli altri si unirono.
Cassidy rimase in disparte, in silenzio.
Katie era al centro della sala, raggiante.

Per la prima volta dopo la morte di Keith, non sentii più la felicità come un tradimento.
Alla fine, il generale si avvicinò a me.
— Grazie per averci permesso di essere qui.
— Non sapevo nulla…
— Era fatto così. Pensava a tutto.
Katie tornò correndo.
— Mamma! Il generale non mi ha pestato i piedi neanche una volta!
La abbracciai forte.
— Sei stata meravigliosa.
Uscimmo nella notte fredda.
— Torneremo l’anno prossimo?
— Sì. E papà sarà con noi.
Guardai il cielo.
Le stelle brillavano.
E per la prima volta non sentii solo la perdita.

Sentii la sua promessa.
Era nel suo sorriso.
Nel suo ballo.
Nel suo cuore.
E quella notte, sembrò davvero essere tornata a casa.
