«Emery, non è giusto!» La chiamai, ma lei stava già uscendo dal vialetto senza degnarmi di uno sguardo.

Guardai la macchina di Emery scomparire in strada e rimasi lì in piedi, furioso. Come aveva potuto andarsene così?
Due giorni di lavoro estenuante e lei aveva avuto la sfacciataggine di fingere che non avessimo mai concluso l’accordo. Sentivo la rabbia ribollirmi dentro, ma sapevo che era meglio non agire d’impulso.
Tornai a casa, sbattendo la porta dietro di me, e camminai avanti e indietro per il soggiorno, cercando di pensare. Connie giocava con le sue bambole sul pavimento, mentre Damien era ancora fuori con i suoi amici. Non volevo coinvolgere i miei figli in questo pasticcio, ma non avevo intenzione di lasciare che Emery la passasse liscia.
«Va bene, Prudence, devi essere più furba», mormorai tra me e me. Guardavo la casa di Emery dalla finestra e nella mia testa cominciò a prendere forma un’idea. Era rischioso, ma in quel momento non mi importava più nulla. Se lei voleva giocare sporco, anch’io potevo sporcarmi le mani.
Venti minuti dopo ero alla discarica locale, indossando un paio di vecchi guanti che tenevo in macchina. Non ero orgoglioso di quello che stavo per fare, ma a mali estremi, estremi rimedi.

Ho caricato nel bagagliaio tutti i sacchi di spazzatura che potevo e l’odore mi ha quasi fatto vomitare. Ma ho stretto i denti e ho continuato il mio viaggio.
Durante il tragitto, continuavo a ripensare alla nostra conversazione, al suo tono sprezzante, al suo rifiuto di riconoscere ciò che aveva promesso. Più ci pensavo, più mi sentivo giustificato.
Non aveva nemmeno avuto la decenza di rispettare il lavoro che avevo fatto per pulire la sua casa sporca. Beh, avrebbe visto quanto potevano essere sporche le cose.
Era tutto tranquillo. Non c’era nessuno nei paraggi che potesse vedermi aprire il bagagliaio e iniziare a portare i sacchi della spazzatura alla sua porta d’ingresso. Il cuore mi batteva forte nel petto, l’adrenalina mi scorreva nelle vene mentre lavoravo velocemente.
E poi mi resi conto che Emery aveva dimenticato di riprendersi le chiavi di casa. Era così di fretta quando se n’era andata che non ci aveva nemmeno pensato.
Esitai per un attimo. Ma poi mi ricordai l’espressione del suo viso quando mi disse che non c’era alcun contratto, quando mi liquidò come se fossi un nulla. Non avevo intenzione di lasciarle passare la cosa.

Ho aperto la porta e sono entrata. La casa era ancora perfetta, proprio come l’avevo lasciata, ma tutto doveva cambiare. Uno dopo l’altro, strappai i sacchetti della spazzatura, rovesciandone il contenuto sul pavimento, sui ripiani e persino sul letto. Cibo avariato, vecchi giornali, pannolini sporchi: tutto si mescolò in un mucchio disgustoso.
«Ecco cosa ti meriti, Emery», mormorai tra me e me, svuotando l’ultimo sacchetto. «Volevi giocare, beh, gioca pure».
Chiusi la porta dietro di me, senza dimenticare di chiuderla a chiave, e infilai la chiave sotto lo zerbino. Mentre tornavo alla macchina, provai una strana sensazione di soddisfazione e senso di colpa. Ma la scacciai. Emery se l’era cercata.
La sera, mentre mettevo a letto Connie, sentii bussare con forza alla mia porta d’ingresso. Capii chi fosse prima ancora di aprire la porta.
“Prudence! Che diavolo hai fatto alla mia casa?!” urlò Emery, con il viso rosso di rabbia.
Incrociai le braccia e mi appoggiai allo stipite della porta, fingendo calma. «Non capisco di cosa stai parlando, Emery. Come avrei potuto entrare in casa tua? Non avevamo alcun accordo, ricordi? Quindi non ho mai avuto le chiavi di casa tua».

Mi fissò, rimanendo senza parole per un attimo, poi il suo viso si contorse per la rabbia. «Tu… stai mentendo! Chiamo la polizia! La pagherai!»
Alzai le spalle senza distogliere lo sguardo. «Fai pure, chiama. Ma come spiegherai come sono entrato? Non puoi, perché, secondo te, non ho mai avuto le chiavi».
Alzai le spalle senza interrompere il contatto visivo. «Fai pure, chiama. Ma come pensi di spiegare come sono entrato? Non puoi, perché, secondo te, non ho mai avuto la chiave».
Emery aprì la bocca per obiettare, ma non riuscì a dire nulla. Sembrava sul punto di esplodere, ma tutto ciò che riuscì a fare fu voltarsi e andarsene, borbottando qualcosa tra sé e sé.
La guardai allontanarsi, con il cuore che batteva ancora forte, ma questa volta non solo per la rabbia. C’era anche un senso di giustizia, di equilibrio ristabilito.
Non sapevo se avrebbe chiamato la polizia, ma non mi importava. Quel giorno Emery imparò una lezione preziosa: non si scherza con Prudence.

Chiudendo la porta, emisi un lungo sospiro, sentendo il peso cadere dalle mie spalle. Sapevo di aver oltrepassato il limite, ma in quel momento mi sembrava che fosse l’unico modo per sistemare le cose.
A volte bisogna difendersi, anche se questo significa sporcarsi le mani. E Emery? Beh, avevo la sensazione che per un po’ non mi avrebbe più chiesto favori.
