La mattina in cui avrei dovuto sposare la donna che tutti dicevano fosse perfetta,

Quando aprii la porta, minuscoli granelli di polvere danzavano nella luce pallida del pomeriggio.

Nulla era cambiato.

Gli scaffali pieni di libri.

I mattoncini di legno.

L’orsacchiotto che mia nonna mi aveva regalato poco prima di morire.

Mi avvicinai lentamente alla libreria, facendo scorrere lo sguardo sui dorsi ormai scoloriti, finché trovai un volume con una grossa papera gialla illustrata in copertina.

Proprio mentre stavo per prenderlo…

Qualcosa cadde da dietro lo scaffale.

Una fotografia.

Atterrò ai miei piedi con l’immagine rivolta verso l’alto.

Per qualche secondo rimasi immobile.

Nella foto c’era mio padre.

Molto più giovane di come lo ricordassi.

Sorrideva nel giardino accanto a una donna che non era mia madre.

Aveva capelli biondo scuro, occhi incredibilmente dolci e una leggera inclinazione del mento che mi sembrò stranamente familiare.

Voltai la fotografia.

Sul retro, con l’inconfondibile calligrafia di mio padre, erano scritte soltanto quattro parole.

Per M., quando sarà più grande.

Il mio cuore diede un colpo violento.

M.

Mave?

No.

Era impossibile.

Raccolsi lentamente la fotografia.

In quello stesso istante il telefono iniziò a squillare.

Mamma.

Lasciai che continuasse a suonare.

Poi presi il libro della papera, infilai la fotografia in tasca e scesi lentamente le scale.

Nel piccolo salottino accanto alla cucina, Posie era seduta avvolta in un enorme asciugamano che quasi la faceva sparire. Sgranocchiava lentamente dei cracker a forma di stellina presi da una delicata ciotola di porcellana.

Mave, invece, aveva indossato uno dei vecchi cardigan della signora Vale e un paio di morbide pantofole.

Senza il cappotto fradicio e senza quella paura che fino a poco prima le irrigidiva ogni gesto, sembrava molto più giovane.

Assomigliava di nuovo alla donna di cui mi ero innamorato, quella che avevo conosciuto tra ristoranti silenziosi e serate illuminate dalla luna.

Eppure…

Sotto i suoi occhi erano comparsi segni di stanchezza che non avevo mai visto.

Posie fu la prima ad accorgersi del libro.

«Un’anatra!»

Glielo porsi con la stessa solennità con cui si consegnerebbe un trattato di pace.

«Come richiesto.»

Lei lo prese usando entrambe le mani.

«Grazie, signore del matrimonio.»

Mave si coprì immediatamente la bocca per trattenere una risata.

Vicino alla porta, la signora Vale lasciò sfuggire un piccolo verso divertito e si allontanò in fretta prima che qualcuno si accorgesse che stava ridendo.

Mi accomodai sulla poltrona di fronte a loro.

«Mi chiamo Garrett», spiegai a Posie.

Lei rifletté qualche secondo continuando a masticare.

«La mamma dice quel nome quando è triste.»

Mave rimase immobile.

I miei occhi si posarono su di lei.

Lei abbassò lentamente lo sguardo.

Fu allora che capii una cosa.

I bambini sono porte che gli adulti dimenticano sempre di chiudere.

Posie aprì il libro e indicò con un ditino la papera illustrata.

«Si è persa.»

Mi chinai leggermente verso di lei.

«Davvero?»

Lei annuì convinta.

«Sì. Però poi la sua mamma la ritrova.»

Nella stanza calò un silenzio quasi palpabile.

Mave prese una fragola dal piatto e la posò delicatamente davanti a Posie, anche se la bambina non l’aveva chiesta.

«A volte…» disse Mave con voce appena percettibile, «le persone si perdono perché qualcuno cambia la strada.»

Compresi subito che non stava parlando della piccola anatra del libro.

Stava parlando di noi.

Prima che riuscissi a risponderle, la porta d’ingresso si aprì.

Non con violenza.

Non sbattendo.

Eppure tutta la casa sembrò avvertire immediatamente quella presenza.

La signora Vale comparve sulla soglia.

Era impallidita.

«Signor Hail…» disse con estrema cautela. «Sua madre è arrivata.»

Mave si alzò così rapidamente che la ciotola di Posie rischiò di rovesciarsi.

Anch’io mi alzai nello stesso istante.

«Nessuno si avvicini a loro», ordinai con fermezza.

La signora Vale annuì senza esitazione.

Un attimo dopo…

Mia madre entrò nella stanza.

Eleanor Hail non aveva mai avuto bisogno di alzare la voce per dominare un ambiente.

Indossava un elegante completo di seta color crema, una collana di perle e quell’espressione composta tipica di una donna convinta che il tempo, gli scandali e perfino le persone dovessero adattarsi alle sue esigenze.

Nemmeno la tempesta era riuscita a spostarle un solo capello.

Il suo sguardo si fermò prima su di me.

Poi su Mave.

Infine su Posie.

Ed eccolo di nuovo.

Quel brevissimo lampo.

Non era stupore.

Era riconoscimento.

La mano si chiuse istintivamente attorno alla fotografia nascosta nella tasca del mio panciotto.

«Garrett», disse mia madre con tono impeccabile, «hai creato uno spettacolo davvero deplorevole.»

Mave attirò Posie ancora più vicino a sé.

Gli occhi di mia madre rimasero sulla bambina un secondo di troppo.