«Non ti sto voltando le spalle», dissi con calma. «Sto scegliendo di andare verso di loro.»
Per la prima volta da quando l’avevo conosciuta, la sua impeccabile compostezza si incrinò.
«Ti pentirai di aver umiliato la mia famiglia.»
«Torna in macchina, Coraline.»
I suoi occhi si strinsero.
«Non sei tu a darmi ordini.»
«No,» risposi senza alzare la voce. «Ma oggi, per la prima volta dopo tanto tempo, posso finalmente darne uno a me stesso.»
La limousine si fermò accanto al marciapiede. Wesley scese immediatamente, aprì lo sportello posteriore e attese. Mave, però, rimase immobile.
«Non posso», mormorò.
«Sì che puoi.»
«Tu non capisci.»
«Allora aiutami a capire.»
I suoi occhi cercarono i miei, come se stesse tentando di ritrovare l’uomo di cui un tempo si era fidata. Mi domandai se, sotto tutti quegli anni, sotto gli abiti eleganti, le guardie del corpo e le decisioni prese con il cuore congelato, fosse ancora nascosto quel ragazzo.
Posie voltò lo sguardo verso la portiera aperta.
«Mamma… possiamo andare dove fa caldo?»
Mave chiuse lentamente gli occhi.
Fu quello il momento in cui cedette.
Non a me.
Alla stanchezza.
Alla paura.
Al piccolo corpo tremante che stringeva tra le braccia.
Mi sfilai la giacca dello smoking e gliela porsi. Mave la fissò a lungo, poi guardò me, ancora combattuta. Così, senza sfiorarla, la adagiai con delicatezza sulle spalle di Posie. Le piccole dita della bambina si chiusero sul bavero.
«Profuma di pioggia», disse con innocenza.
Nonostante tutto, dalle labbra di Mave sfuggì una risata spezzata.
«Sì… è vero», sussurrò.
Wesley ci accompagnò fino all’auto. La folla si aprì ancora una volta davanti a noi, ma il brusio era ormai molto più intenso. Coraline rimase immobile nel mezzo della Quinta Strada, il velo agitato dalla pioggia, osservandoci come se volesse imprimere nella memoria ogni dettaglio di quel tradimento.
Proprio mentre stavo per salire nella limousine, la sua voce mi raggiunse.
«Chiedile del fascicolo, Garrett.»
Mave si irrigidì.
Anch’io.
Sul volto di Coraline ricomparve un sorriso lento, preciso, quasi chirurgico.
«Chiedile che cosa stava davvero portando con sé quando ha lasciato casa tua tre anni fa.»
Il colore sparì dal viso di Mave.
La cartellina con le domande di lavoro le scivolò leggermente tra le mani.
La guardai.
«Mave…?»
Lei deglutì con fatica.
«Non qui.»
La portiera della limousine si richiuse, lasciando fuori la pioggia. Eppure le parole di Coraline salirono con noi, riempiendo l’abitacolo come se ci fosse un quarto passeggero invisibile.
Per diversi isolati nessuno pronunciò una sola parola.
La città scorreva oltre i finestrini in una distesa sfocata di vetro grigio, insegne illuminate e luci rosse dei freni. Posie era seduta sulle ginocchia di Mave, avvolta nella mia giacca. Le sue palpebre si facevano sempre più pesanti man mano che il calore dell’abitacolo scioglieva il freddo accumulato sotto la pioggia. Mave continuava ad accarezzarle lentamente la schiena con movimenti circolari, come se quel semplice gesto fosse l’unica cosa capace di impedirle di crollare.
Io sedevo di fronte a loro.
Troppo lontano.
Eppure incredibilmente vicino.
Tutte le domande che mi avevano tormentato negli ultimi tre anni premevano per uscire. Perché se n’era andata? Che ruolo aveva avuto mia madre? Per quale motivo aveva nascosto la bambina? E quale fascicolo aveva menzionato Coraline?
Ma Posie stava lottando contro il sonno.
E le mani di Mave continuavano a tremare.
Così iniziai dall’unica domanda davvero importante.
«Ha fame?»
Mave sembrò sorpresa.
Subito dopo abbassò gli occhi, quasi mortificata.
«Questa mattina ha mangiato solo una fetta di pane tostato.»
Era ormai quasi mezzogiorno.
Attraverso lo specchietto retrovisore Wesley incrociò il mio sguardo. Il suo volto si fece immediatamente più duro.
«Andiamo alla residenza di città», ordinai. «Di’ alla signora Vale di preparare una zuppa, della frutta… qualsiasi cosa possa piacere a una bambina.»
Posie sollevò appena la testa.
«A me piacciono le fragole.»
La sua voce era sottile, impastata dal sonno.
Mi sporsi leggermente in avanti, incapace di trattenere il sorriso che nacque spontaneamente.
«Allora ci saranno anche le fragole.»
Lei mi osservò con una curiosità disarmante.
«Oggi ti sposi?»
Mave sembrò smettere di respirare.
Abbassai lo sguardo verso i polsini ancora bagnati.
«Era quello che avrei dovuto fare.»
«Te ne sei dimenticato?»
Dal sedile anteriore Wesley tossicchiò una sola volta, cercando invano di trattenersi.
Per la prima volta da quella mattina, Mave sorrise davvero.
Fu un sorriso breve, fragile, quasi invisibile.
Ma lo vidi.
«No», risposi a Posie. «Non me ne sono dimenticato.»
«E allora perché sei nella nostra macchina?»
Mave le accarezzò i capelli.
«Tesoro… questa è la sua macchina.»
