E stavo rischiando di perderla senza neppure rendermene conto.
Più tardi bevemmo il tè insieme.
Alena mangiava mandarini uno dopo l’altro.
Nina sorrideva tra le lacrime.
Io osservavo entrambe e cercavo di imprimere ogni dettaglio di quella serata nella memoria.
Quella notte non dormii.
Rimasi seduto in cucina con una tazza di tè ormai freddo, guardando continuamente la porta chiusa della stanza di mia figlia.
Accanto a me c’erano il quaderno e la penna.
Sulla prima pagina scrissi:
«Alena.
Non sono bravo a parlare delle cose importanti.
Per tutta la vita ho guidato treni e capisco meglio i binari che le parole.
Ma se un giorno ti sarà più facile scrivere invece di parlare, fallo qui.
Leggerò ogni riga.
Te lo prometto.
Papà.»
La mattina seguente trovò il quaderno.
La vidi aprirlo.
Leggere.
Passare lentamente le dita sulle parole.
Poi alzò lo sguardo verso di me.

E, per la prima volta dopo tanto tempo, sorrise davvero.
Non scrisse nulla quel giorno.
Prese semplicemente il quaderno e lo portò nella sua stanza.
Il lunedì la accompagnai personalmente al dormitorio.
Durante il viaggio parlammo pochissimo.
Quando arrivammo all’ingresso, si voltò all’improvviso e disse sottovoce:
— Papà… grazie.
Non capii immediatamente per cosa mi stesse ringraziando.
E non glielo chiesi.
Qualche giorno dopo notai che il quaderno era rimasto a casa, appoggiato sul comodino.
Lo aprii.
All’ultima pagina trovai soltanto due righe scritte con la sua calligrafia ormai adulta, ma ancora leggermente incerta:
«Papà, pensavo che tu e la mamma non ve ne sareste mai accorti.
Grazie per avermi vista.»
Rimasi seduto a lungo con quel quaderno tra le mani.
Quelle stesse mani ricordavano ancora il peso delle leve, le vibrazioni della cabina e gli interminabili viaggi sui binari.

Ed è allora che compresi una cosa semplice.
Esistono segnali che non si possono vedere da lontano.
Bisogna guardarli da vicino.
Bisogna avere il coraggio di non voltarsi dall’altra parte.
Di non fingere che vada tutto bene.
Da quel giorno, non ho più distolto lo sguardo.
