E in quel preciso momento Julian Croft ne era diventato il bersaglio principale.
All’improvviso comparve una diretta streaming.
Proveniva dal Terminal 4 dell’aeroporto JFK.
Il numero degli spettatori cresceva a una velocità impressionante.
Centocinquantamila.
Centosettantamila.
Centonovantamila.
Duecentomila.
E continuava a salire.
Toccai lo schermo e il video si espanse a piena visualizzazione.
Per un istante rimasi semplicemente a guardare.
Lì.
Davanti a migliaia di persone.
C’era Julian.
L’uomo che per anni era stato considerato intoccabile.
Il principe della finanza.
Il volto della Croft Corporation.
L’erede perfetto.
L’amministratore delegato che non perdeva mai il controllo.
Ora sembrava soltanto un uomo terrorizzato.
Un animale ferito in preda al panico.
Correva attraverso l’enorme atrio delle partenze.
La sua giacca su misura era sparita.
La cravatta di seta pendeva storta sulla spalla come una corda da impiccato.
I capelli, normalmente impeccabili e scolpiti con precisione quasi architettonica, erano appiccicati alla fronte dal sudore.
Ogni passo tradiva disperazione.
Ogni movimento urlava paura.
Lo osservai spingere via alcuni turisti.
Urtò una barriera metallica.
Una fila di nastri divisori crollò rumorosamente.
La persona che stava trasmettendo la diretta si avvicinò abbastanza da catturare le voci della folla.
«Aspetta… non è quello dello scandalo?»
«Quello di Twitter?»
«Oh mio Dio.»
«È Julian Croft!»
«Riprendilo! Riprendilo!»
«Alza la telecamera!»
Le persone iniziarono a seguirlo.
A filmarlo.
A fotografarlo.
Il re stava cadendo.
E tutti volevano assistere alla caduta.
Julian raggiunse finalmente il gate B23.
Troppo tardi.
L’area d’imbarco appariva quasi deserta.
Le ultime persone erano già scomparse.
L’addetta al gate stava sistemando i documenti di chiusura del volo.
Julian le si avventò incontro.
Dal modo in cui gesticolava era evidente che stava urlando.
Indicava freneticamente la pista.
L’aereo.
La passerella.
Qualunque cosa.
Qualsiasi soluzione.
Qualsiasi possibilità.
La donna rimase impassibile.
Scosse semplicemente la testa.
Poi indicò il monitor digitale sopra il banco.
Le lettere luminose brillavano sullo schermo.
GATE CLOSED.
Imbarco terminato.
Fine della corsa.
Un senso di soddisfazione profonda si avvolse lentamente dentro di me.
Non era gioia.
Non era vendetta.
Era qualcosa di più tranquillo.
Più freddo.
Più definitivo.
Il telefono vibrò.
Messaggio da Anya Sharma.
«Davies gli ha consegnato un telefono usa e getta.»
Pochi secondi dopo arrivò un altro messaggio.
«Gli ho riferito le tue parole, Evelyn.»
Tornai immediatamente alla diretta.
Il tempismo era perfetto.
Davies era appena arrivato al terminal.
Nel video lo vidi avvicinarsi con cautela.
Nelle mani teneva uno smartphone acceso.
Julian glielo strappò quasi con violenza.
Portò immediatamente il dispositivo all’orecchio.
Conoscevo perfettamente il contenuto di quella telefonata.
Perché ero stata io a scriverne ogni singola parola.
Avevo preparato il messaggio come si prepara un testamento.
O una sentenza.
Nella mia mente risuonarono le stesse frasi che Anya stava pronunciando in quel momento.
«Evelyn dice che per tre anni ha cucinato per te.»
«Per tre anni ha apparecchiato una tavola che non hai mai guardato davvero.»
«Per tre anni ha aspettato che ti sedessi accanto a lei.»
«E tu non l’hai mai fatto.»
«Dice che questa sera ha buttato via la cena che aveva preparato per il vostro anniversario.»
«E dice anche che da oggi non potrai più assaggiarla.»
«Mai più.»
«Nemmeno se la implorassi in ginocchio.»
Sul video accadde qualcosa.
Qualcosa di piccolo.
Eppure devastante.
La mano di Julian si abbassò lentamente.
Come se improvvisamente non avesse più forza.
Il telefono scivolò dalle sue dita.
Cadde sul pavimento lucido del terminal.
Il rumore secco dell’impatto fu udibile perfino attraverso l’audio disturbato della diretta.
Julian non lo raccolse.
Non si mosse.
Non parlò.
Si limitò a voltarsi.
Davanti a lui si estendevano le gigantesche vetrate dell’aeroporto.
Oltre il vetro.
Molto lontano.
Quasi invisibile.
C’era il mio aereo.
Una piccola costellazione di luci intermittenti che stava salendo verso l’oscurità della notte.
Sempre più in alto.
Sempre più lontano.
Sempre più irraggiungibile.
La chat della diretta scorreva a velocità folle.
Migliaia di commenti al secondo.
«Patetico.»
«Troppo tardi.»
«Merita tutto questo.»
«Portategli via ogni centesimo.»
«Ha perso tutto.»
«Se l’è cercata.»
«Non riuscirà mai a recuperarla.»
Poi accadde.
Il momento che nessuno avrebbe immaginato di vedere.
Il ragazzo d’oro di New York si spezzò.
Le ginocchia di Julian cedettero all’improvviso.
